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Zina Borgini se n’è andata martedì 11 agosto 2026. Lo abbiamo appreso con profondo dispiacere. Per anni ha collaborato attivamente con la Libreria delle donne curando sul sito uno spazio dedicato all’arte, facendo il turno in libreria e non solo. Ha intrapreso poi l’avventura con la sua amata associazione Apriti Cielo!, luogo di cultura, pensiero e aggregazione importante per tutta la città di Milano.

Pubblichiamo la testimonianza di Zina Borgini nel libro di storia del femminismo Mia madre femminista e due sue poesie, una tratta dalla sua raccolta Medicamenti e l’altra dal libro collettivo che ha fortemente voluto con le amiche de La stanza della poesia di Apriti cielo. Questi testi mostrano alcuni aspetti della ricchezza, forza vitale e intelligenza relazionale che la animavano.

Strategie di libertà

Nel 1964 avevo 15 anni. Ero arrabbiata con mio padre per i suoi atteggiamenti nei confronti di mia madre, di me e mia sorella: ci amava senza riserva, tanto da considerarci una proprietà da proteggere, facendo passare tutte le nostre scelte attraverso la sua approvazione. Mia madre era caduta in depressione, mia sorella aveva preferito adeguarsi, ma io, un Acquario che ama libertà e indipendenza, ho posto le mie energie per liberami dall’amore paranoico di mio padre. Finita la terza media, ho espresso il desiderio di frequentare un liceo artistico. Ricevetti un tassativo diniego. Frequentazioni strane! Scuola del peccato! Ritrarre nudità! No! La mia istruzione doveva passare da un’altra strada: ragioneria o liceo classico. Era un prezzo troppo alto. Iniziò così la mia ribellione a un ordine che non teneva conto dei miei desideri. Dovevo trovare una strategia per trasgredire senza troppi dolori per tutti. A Sesto San Giovanni, dove sono nata e abito tuttora, esisteva la Scuola Civica di Pittura: alcuni famosi pittori milanesi ne erano stati allievi e il direttore, Giovanni Fumagalli, insieme alla moglie Giuliana, gestiva la Galleria delle Ore di via Fiori Chiari a Milano. Mi iscrissi ai corsi serali, ma mi impegnai a diplomarmi in steno-dattilografia e cercai un lavoro. Fui assunta come impiegata e, dopo solo un anno, iniziai a frequentare, come portaborse, il tribunale, la camera di commercio, gli uffici del registro e del catasto. Crollarono così le paure verso le istituzioni, mi percepii più grande di quello che ero, contribuii al bilancio familiare. Divenne così più facile la contrattazione con mio padre.

La scuola di pittura mi spalancò le porte su un mondo nuovo: sperimentai libertà che non avevo mai agito e una vivacità sino allora compressa. Mi innamorai per la prima volta, e non di un uomo, ma di una mia coetanea in modo totalizzante e corrisposto. La mia vita entrò in un vortice di avvenimenti incalzanti e incantevoli. Iniziai a scegliere le mie letture anche sull’onda di un titolo: Noi e il nostro corpo, Il secondo sesso, ma anche Sartre e Camus. Cominciai a viaggiare con la scuola e approdai a Venezia per la Biennale: l’odore della libertà sa di acqua ferma e di olezzi estivi delle calli. Non dimenticherò mai il caldo e il sudore, fasciata dal mio abito di plastica a quadretti rifinito di scotchnero: erano gli anni della Oplical art. Sopportai eroicamente per ben tre giorni quel travestimento. Mi sentivo nel mondo, grande, senza paure e molto, molto curiosa.

Naturalmente il rapporto con mio padre aveva picchi di insostenibilità: non sono mai riuscita a nascondere nulla di quello che facevo, condividere mi faceva sentire pulita, sincera, senza contraddizione. C’era un prezzo da pagare. Lo pagavo, punto.

Ero appagata e contenta, anche amata. A scuola apprezzavano le mie doti pittoriche e il mio carattere, in ufficio lavoravo sodo senza lamentarmi e mi piaceva imparare, avevo l’amore di mia madre che non riusciva a difendermi ma sommessamente mi approvava. La mia sessualità era un po’ ballerina e confusa ma stimolante.

A vent’anni mi sono sposata con un compagno della scuola di pittura e abbiamo avuto due figli, una convivenza durata 25 anni segnata dalla costante fatica di tenere in equilibrio doveri e desideri. Da sempre però ho intuito che la conquistata libertà sarebbe stata una condizione per me irrinunciabile, e il desiderio un motore che sollecitava continuamente le mie scelte di vita.

Incontrai la politica della differenza nel 1996 che mi suggerì le parole giuste per nominare le mie azioni giovanili: “fine del patriarcato”, “emancipazione”, “amore tra donne”, “partire da sé”,oltre che ad aprire lo guardo su una prospettiva che mi ha permesso di autorizzare anche mia figlia e mio figlio a desiderare in libertà.

[in Marina Santini, Luciana Tavernini, Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua, Il Poligrafo, Padova 2015, p.78]

Periferie

Dai territori dell’assenza

dalle linee d’ombra

nella ferita del tessuto umano

e della terra

dai deserti affettivi,

scintille urgenti

penetrano

cercando

rammendi fertili

parole che tessano

speranze insieme

Popoli affamati di cibo e amore

con barche varate dai porti di fame,

coi ricordi cuciti sul cuore

vagano in geografie spezzate

domandano

che la linea di confine frammentata,

si faccia circonferenza accogliente.

[Zina Borgini, Medicamenti, Edizioni Paginauno 2023, p.46]

Con voce alt(r)a

Con altra voce

vorrei disdire

i carnefici guerrafondai

i raggiri politici

i genocidi – inaccettabili

Con altra voce

pregare vorrei,

la fine di ogni male

scomunicare le armi

vorrei…

Con voce alta

do fiato

agli angeli che scavano tra le pietre

al fiore rosso che riempie i campi

alle rondini che ogni anno ritornano

alla poesia che medica l’anima.

Con voce alta!

[Zina Borgini, in AA.VV. È MEGLIO PACE… Lemmi poetici in tempo di guerra, a cura di AritiCielo! Aps, Edizione Paginauno 2025, p. 21-22]

(www.libreriadelledonne.it, 14 agosto 2026)