Condividi

La curatrice del volume racconta “Le Nemesiache: Reclaiming Mythological Rituals”, un tuffo nelle avanguardie degli anni ’70 che il gruppo femminista, tra i più longevi, attraversò in ogni forma e disciplina. Edito da Mousse Publishing

Documenti politici, manifesti programmatici, a mano, ciclostilati; foto di assemblee, locandine di film, immagini di azioni performative, manifestazioni, bozzetti di costumi di scena, antichi templi, l’antro della Sibilla. Ancora, Lina Mangiacapre col suo cappello a cilindro, grandi occhiali, mantello, attorniata da un gruppo di amazzoni in tuniche e ghirlande di fiori in fronte. Le Nemesiache: Reclaiming Mythological Rituals è un attraversamento di epoche, un’esplorazione esperienziale, un tuffo nelle avanguardie degli anni ’70 che questo gruppo femminista, tra i più longevi attraversò in ogni forma e disciplina. Il volume bilingue, inglese italiano, curato da Sonia D’Alto in collaborazione con Marea Art Project, edito da Mousse Publishing, realizzato grazie al supporto dell’Italian Council, è la prima monografia dedicata a questo gruppo di artiste, pacifiste, femministe, lesbiche napoletane. Oltre a preziose immagini d’archivio, contiene interventi di Chiara Bottici, Federica Bueti, Cairo Clarke, Arnisa Zeqo, Giulia Damiani, Giusi Palomba, Elvira Vannini, Giovanna Zapperi. Ne abbiamo parlato la curatrice Sonia D’Alto. Ricercatrice di storia dell’arte e curatrice cilentana, classe ’90, vive a Bruxelles, dall’uscita del volume, esito di una tesi di dottorato, affianca le presentazioni alle proiezioni dei film delle Nemesiache, per far riscoprire il loro immaginario potente e inesplorato.

Quali sono gli aspetti che l’hanno più colpita?

Le Nemesiache sono uniche all’interno dei collettivi artistici e femministi dell’epoca, hanno quasi mezzo secolo di storia. Si sono sempre definite gruppo, mai collettivo, per prescindere da quella connotazione degli anni ‘70 dei collettivi femministi, spesso legati a una forte ideologia. Avevano una metodologia legata al mito, fantascienza, racconti popolari, fiabe, uso del corpo. Il loro linguaggio politico era creatività, arte, la lotta passava per il corpo delle donne marginalizzate. Scrissero il primo manifesto nel ’70 (poi pubblicato nel ’72) su una rivista fantascientifica, aspetto unico nel panorama dei femminismi europei dell’epoca.

Come ha lavorato?

È stato un lungo lavoro di ricostruzione. Attraverso un sito, acquisito dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, sono entrata in contatto con le membre delle Nemesiache, è iniziato uno scambio che ancora esiste. Ho iniziato con Silvana Campese, uno dei primi contatti su Napoli. Poi Connie Capobianco, invitata con Campese in occasione di una delle proiezioni. Il gruppo da Napoli si estendeva a Venezia, Roma, Milano, Parigi. Nel 1976 organizzarono il terzo congresso femminista in Italia, lottando perché si facesse a Paestum. Nello stesso anno parteciparono a un tribunale internazionale femminista di crimini contro le donne a Bruxelles. Ho frequentato l’archivio di Lina Mangiacapre custodito dal nipote Martino Mangiacapra. Qui sono riuscita a integrare tutti i documenti, trovando frame di film, dietro le quinte che rendono l’intimità del gruppo. Facevano arte per liberarsi, fuori ogni forma, struttura di professionalismo del sistema.

Il cinema è un capitolo importante della storia delle Nemesiache.

Le performance e le azioni pubbliche sono sempre state sempre trasformate in film sperimentali collettivi scritti e diretti da Lina con l’interpretazione, musiche, costumi delle Nemesiache. Meriterebbe un volume a parte la prima rassegna di cinema femminista nata nel 1976 a Sorrento dove affluivano lavori da tutto il mondo. Una figura di riferimento per le Nemesiache era Elvira Notari, prima donna regista italiana, silenziata e dimenticata cui dedicarono un premio alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Elemento fondamentale nella pratica delle Nemesiache è la Psicofavola.

Negli anni ’70 le femministe avevano due metodologie: il separatismo e l’autocoscienza introdotta in Italia da Carla Lonzi, proveniente dall’America. Le Nemesiache si resero conto che l’autocoscienza non era sufficiente, perché basata sul linguaggio verbale estremamente patriarcale. Era fondamentale utilizzare il corpo in tutti i suoi aspetti, così introdussero la Psicofavola che permetteva di liberarsi attraverso gesti, musica, danza, rito personale, collettivo che riportava al mondo il mito. Trovò la sua manifestazione nel teatro: il primo spettacolo femminista in Italia fu la riscrittura di “Cenerella” nel 1973 al Teatro Club di Napoli. La messa in scena era semplice: costumi autoprodotti, Lina suonava il flauto, Anna Grieco l’arpa, il tamburo, una modalità creativa libera, non professionistica, liberatoria del corpo, della psiche, per tornare all’origine. Da qui il nome di Nemesis, condizione ancestrale in cui la donna non era stata ancora colonizzata dal patriarcato. S’introdusse l’uso delle fiabe, del mito, il richiamo ai luoghi della cultura marginalizzati, considerati saperi minori che diventavano luoghi di resistenza.

Il femminismo delle Nemesiache guardava a sud come dimensione politica.

Un sud non solo geografico, ogni luogo dove avviene una forma di espropriazione. Il loro primo lungometraggio Didone non è morta è un omaggio, un augurio di Mediterraneo unito. L’idea è riappropriarsi del corpo e del territorio. Nel film Il mare ci ha chiamato, e nella performance della poesia La Gaiola, Le Nemesiache fanno già riferimento alla privatizzazione del mare, anticipando i movimenti ecologisti, usando nell’azione un linguaggio fantascientifico: il comunismo dei pesci del mare, l’imperialismo degli uomini, il mito della sirena.

Di questa storia si sono quasi perse le tracce. Che idea si è fatta?

Bruna Felletti, Nemesiaca intervistata a Roma, dice che erano ritenute molto eccentriche, venivano spesso isolate. Aggiungo un altro livello di lettura: in tanti consideravano la loro pratica unicamente teatrale, anche se attraversava ogni genere, disciplina. Biancaneve, riscrittura dell’84, è una favola cyber-femminista che anticipa di un anno il Manifesto Cyborg di Donna Harraway, mentre l’azione TransNemesiache ha inaugurato nel linguaggio femminista la stagione dei transfemminismi un decennio prima di quello statunitense. La prolificità, quest’espressione così dirompente non entrava nelle categorie patriarcali del cinema, teatro, arte. Erano così avanti che gli strumenti dell’epoca non permettevano di leggerle, interpretarle. Chiara Bottici, che insegna gender studies e ha scritto uno degli interventi nel volume, ritrova in loro ciò che le femministe hanno fatto in America Latina dieci anni fa: Ni Una Menos, le azioni nelle piazze con la danza, gli interventi sull’ecologia. Gli altri gruppi non avevano un linguaggio del genere. Le donne nell’arte erano legate ancora un dominio prettamente maschile, settoriale. Le Nemesiache hanno fatto cinema sperimentale, invaso lo spazio pubblico con le performance, prodotto materiale militante con un linguaggio creativo, cosmico. Come curatrice ritrovo quest’approccio in molte pratiche contemporanee di artiste e artisti soprattutto di diaspore e contesti mediterranei. Erano cinquant’anni avanti.

(il manifesto, 18 luglio 2026)