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Domenica 14 giugno. Aspetto davanti al computer che venga autorizzato l’accesso allo Zoom per la redazione allargata di Via Dogana. Guardo girare la rotellina e penso alle primissime riunioni, all’entusiasmo e alla passione della differenza. Vedo il sorriso di Rosetta Stella quando aveva sostenuto, anche economicamente, la nascita della rivista di carta nel 1991. Ho l’accesso, compaiono i volti, alcuni a me molto cari; ascolto le voci, le inflessioni di cui so alcune cose… Torno al presente e provo – ancora una volta – gratitudine.

1)

La parola femminismo (anche la parola patriarcato) sono dappertutto. Femminismo di destra, di sinistra, ambientalista, bastardo, terrone, paritario, transfemminismo, e si può andare avanti. Teoria femminista, genealogie impiantate qua e là, perfino il romance con protagonista femminista. Aggettivato e plasmabile per appiccicarlo dove capita. Femminismo plastilina, non fa ingombro, tappa buchi di senso in discorsi già pronti, abusati. Provo una rabbia quasi insopportabile, vedo rosso, eppure mi capita di desiderare solo che si faccia il silenzio. Non mi capisco. Sarà questo un aspetto di quel “negativo della differenza” sul quale si interroga Ida Dominijanni?

2)

Per me – detto molto rozzamente – la differenza è “in” e il pensiero è quello che viene – a volte, senza garanzie – dalle pratiche e non si staticizza in teoria.

Ma adesso – e viene rimosso troppo spesso – c’è la guerra. La guerra ci attraversa in ogni attimo, si impianta e viene impiantata dentro di noi. Così le pratiche visibili sono quelle del tempo di guerra.

Impedire di parlare a chi è percepito come “nemico”. Disporre schieramenti, cioè accettare un minimo comune denominatore che unisce e dovrebbe produrre un campo di azione comune. Questo è il linguaggio della guerra. Non lo voglio usare, è una delle poche cose che posso fare per oppormi alla follia. Ciò non significa che mi manchino opinioni precise. Significa che voglio muovermi solo verso – e con – chi mi suscita desiderio, curiosità, interesse. È quello che ho già fatto, scegliendo tra le mie simili, ai tempi della “seconda ondata”. Mi si dirà: è riduttivo, oggi bisogna unirsi! Ma come? I modi vanno tutti bene? Vorrei, per quanto mi riguarda, rimanere fedele a me stessa e alle donne che ho amato, alle donne che amo. Cerco mediazioni, cerco di usarle bene, non sempre ci riesco. Ma non voglio produrre in me stessa una sorta di riadattamento a forme politiche di cui so che non funzionano.

3)

Ho disagio e diffidenza nei confronti della intersezionalità. Eppure, sono una figlia della classe operaia (si fa per dire, sono figlia materiale e simbolica della donna che mi ha messa al mondo) e non ho mai dimenticato da dove vengo. Non vedo – se è per questo – come avrei potuto farlo, visto che vivere mi ci ha fatto sbattere il naso una quantità di volte. So che ad alcune piacciono molto, in questo periodo, i cerchi di uguali in cui si parte dall’incrocio delle oppressioni per non lasciare indietro nessuno. A me sembra che così si corra però il rischio di fissare gli esseri umani – poverini, già così impauriti, feriti, maltrattati, perché le paure spesso sono male orientate, ma le ferite sono reali – alla loro condizione.

Continuo a pensare che sia più realistico continuare a provare a pensare e a sperimentare la disparità, e continuo a chiedermi perché in un mondo dove l’ingiustizia, la violenza, la legge del più forte sono così spaventosamente evidenti risulti così difficile mettere in tensione tra loro parità, disparità, uguaglianza, libertà. Cosa che forse aiuterebbe a riflettere sulla crisi delle democrazie più di tante altre.