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In classe c’è un ragazzo che trattiene le lacrime. Quando gli chiedo perché non piange, risponde: “Perché se no mio padre mi dice che sono una checca”. Non so cosa dire. E non lo dico. Aspetto.

Un’altra volta, una ragazza parlava della pressione che sentiva tra le coetanee: il corpo, le aspettative, la verginità vissuta non come qualcosa di suo ma come un criterio sociale, uno strumento di giudizio collettivo. Le ho chiesto: “Tu cosa senti? Cosa vuoi per te?” C’è stato un silenzio lungo. Poi ha parlato, e con lei hanno parlato altri.

Un ragazzo era venuto a chiedermi di parlare con una ragazza che aveva fatto piangere. Non trovava le parole. Le cercava, e sapeva di non averle.

Dopo l’ennesima notizia di una ragazza uccisa da un coetaneo, un’altra aveva detto, sottovoce: “Ora non posso fidarmi neanche del mio migliore amico”.

Queste non sono risposte che si prevedono. Non si ottengono con un progetto, non si pianificano in un’unità didattica. Vengono fuori dopo un lavoro lungo, quotidiano, fatto di attenzione, quell’attenzione di cui parlava Simone Weil, che non è competenza ma disponibilità a essere sorpresi da ciò che l’altro porta. È dentro questo spazio — fragile, imprevedibile, necessario — che il decreto Valditara arriva come qualcosa di profondamente estraneo. Perché la logica del decreto è esattamente l’opposto di quella che questi ragazzi richiedono. Presuppone che l’educazione affettiva e sessuale sia un “contenuto”, qualcosa di definibile, circoscrivibile, autorizzabile. Qualcosa che una famiglia può approvare o rifiutare come si approva o rifiuta una gita scolastica. Ma quello che accade in quell’aula non è un contenuto. È una relazione. Ed è dentro la relazione che i ragazzi trovano — o non trovano — le parole per ciò che vivono.

Il ragazzo che trattiene le lacrime non ha bisogno di un’ora di educazione emotiva inserita nel registro. Ha bisogno che qualcuno non guardi dall’altra parte. Ha bisogno che l’adulto davanti a lui sappia stare nel silenzio senza riempirlo di risposte pronte. E noi non siamo esperti di questo. È un’illusione pensare di esserlo. Siamo — se siamo fortunati, se ci alleniamo ogni giorno — attenti. Aperti a essere sorpresi. Disposti a non sapere già tutto. È questo che il decreto non può normare, e che tuttavia tenta di regolare: la possibilità stessa che una scuola sia un luogo vivo. Che una classe diventi, per un momento, lo spazio in cui un ragazzo può non trattenere le lacrime. In cui una ragazza può dire ciò che davvero sente, non ciò che ci si aspetta che senta.

La voce dei ragazzi, in tutto questo dibattito, non si sente. Si discute su di loro, per loro, intorno a loro. Ma nessuno sembra chiedersi cosa stiano vivendo mentre noi litighiamo sui moduli di consenso. Forse basterebbe una domanda. Come sempre.

L’educazione non è un corso. Non è un insieme di informazioni da erogare con cautela, con il modulo firmato, con il contenuto approvato. È attenzione a ciò che accade mentre si sta insieme, alle parole, ai silenzi, a chi viene escluso, alle dinamiche che nessun programma ministeriale riesce a vedere. Significa esporsi a ciò che i ragazzi dicono davvero, non a ciò che immaginiamo che dicano. Significa mettere in discussione le nostre categorie, i nostri pregiudizi, l’idea rassicurante che basti spiegare — o vietare — per educare. E significa accettare che la scuola non finisce con la campanella. È un luogo che può continuare oltre l’orario, oltre le aule, nel dialogo con le famiglie e i territori, non come progetto, ma come pratica quotidiana di presenza. Perché la parola e la relazione non si lasciano ridurre a un’autorizzazione.

(Comune-info.net, 9 Giugno 2026, https://comune-info.net/scuole-aperte/leducazione-affettiva-e-sessuale-non-e-un-contenuto/)