Stare nella realtà fino in fondo
Elvira Federici
28 Giugno 2026
Non so cosa mi abbia sospinto di nuovo quassù, dopo tantissimi anni, a Milano, alla Libreria, all’incontro aperto con la redazione di Via Dogana. Non so cosa di profondo mi abbia indotto a partire da Viterbo, mentre Luisa ci stava lasciando.
Devo a Luisa Muraro e al suo pensiero, conosciuti per il tramite di un’altra donna fondamentale per la mia vita, Eloisa Manciati, l’approdo al femminismo che coniuga pratiche politiche, esperienza della relazione e pensiero, episteme.
L’incontro con il pensiero della differenza ha voluto dire per me andare oltre la rivendicazione delle ingiustizie e delle asimmetrie e incontrare, nella relazione con le altre, la possibilità di attraversare il mondo e la realtà con un altro sguardo, la cui misura non era più quella maschile. Passavamo dalla necessità di difendersi al desiderio di rifare daccapo il racconto del mondo: la storia, la letteratura, la politica. La realtà si spalancava inedita a partire dalla parzialità dei nostri corpi situati, oltre il velo del neutro astratto universale e nel rapporto tra corpo e linguaggio che articolava sapere e piacere.
Parzialità, contingenza, relazione, pensiero dell’esperienza. Non un’ontologia ma un significante. Non riesco ancora a capire l’attribuzione di essenzialismo a questo pensiero anche se il fastidio verso un’ipostatizzazione del femminile e del materno da parte di alcune, molte, donne che vi fanno riferimento, lo conosco.
Negli anni poi, e nei contesti dell’agire politico, ho incontrato non solo le “mie” simili, con le quali disfacevamo pazientemente la trama culturale e simbolica del patriarcato, ho incontrato le giovani precarie, le persone non binarie, soggettività che avevo bisogno di ascoltare nella presa di parola; se la differenza non è una cosa ma una relazione, là voglio stare. Se altri corpi, altre soggettività sono affiorati alla visibilità e alla parola, a mio parere è a questa idea processuale, aperta, non aprioristica ma relazionale e contingente, asimmetrica e interdipendente di differenza che ne dobbiamo la possibilità.
Non mi preoccupano i conflitti dentro il femminismo, mi paiono la conferma di qualcosa che è vivo, si muove e non colonizza, tuttavia le forme di intolleranza al confronto che si sono presentate non solo mi preoccupano ma spengono il mio desiderio di femminismo. Non si può poi non notare come il pensiero si impoverisca quando si incardina in queste opposizioni “di principio” – penso con tristezza all’ultimo confronto Cavarero-Butler.
E invece – per questo oggi sono qui, arrivando da lontano – del respiro del pensiero abbiamo bisogno. Di stare nella realtà fino in fondo, muovendoci su un altro piano della realtà.
Nella realtà reclamano la parola a buon diritto le giovani femministe che fanno riferimento all’intersezionalità, considerano l’essere donna uno dei tanti fili che si intrecciano andando a costituire la gabbia dell’esclusione, della soggezione, dell’irrilevanza sociale e culturale.
Non sono del tutto convinta che il concetto di intersezionalità sia euristicamente significativo, perché, appunto, al massimo può dar conto di un intreccio di esclusioni, diversamente dosate su un piano sociologico ma da cui non si può nominare né vedere la libertà femminile, al contrario dell’idea di differenza come luogo in cui si fa e si disfa la relazione tra biologico e culturale, luogo di interrogazione, di mediazione e di conflitto; esito della relazione, che istituisce le pratiche e precede i significati.
L’intersezionalità, che nasce nel preciso contesto statunitense e dai conti mai fatti con lo schiavismo fondativo di quella comunità, finisce per ipostatizzare e inchiodare a identità vittimarie plurime quando non sono quelle soggettività a prendere la parola, rischiando di diventare uno strumento sociologico di classificazione che disarticola i soggetti nelle loro “caratteristiche”.
Infine, il corpo, tema ineludibile perché ancoraggio dell’esperienza da cui si fa il pensiero. Forse colgo il rischio, in una certa lettura – così la considero – della differenza: il rischio di pensare al corpo come dato, una volta per tutte. Come un dato.
Ma di quale corpo stiamo parlando? La stessa evoluzione ci racconta il metamorfismo del vivente; e quanto alla storia: diremmo che i nostri corpi biologici sono gli stessi – anche sul piano dei significati – nelle migliaia di anni che abbiamo attraversato come specie? Cosa sono oggi, i nostri corpi: possiamo escludere le nostre infinite protesizzazioni con cui pure siamo qui, parliamo, entriamo in relazione, raccontiamo storie, amiamo? Possiamo astenerci, nel pensare la differenza, da contributi – ormai antichi ma attualissimi – come quelli di Donna Haraway e dei suoi corpi cyborg, che ci immettono nel continuum relazionale con la Terra, le altre specie, le macchine?
Ecco: ascoltare, con studio, quello che accade – anche quello che non ci piace di quello che accade – ricordando che la differenza è una relazione, un significante, un dispositivo epistemico per dare un senso libero a ciò che ci accade di essere.