La relazione di differenza tra donne
Vita Cosentino
14 Giugno 2026
C’è una questione che mi sta a cuore da tempo: la relazione di differenza tra donne. Ne avevo già posto l’esigenza in un VD3 del 2024, Lingua è politica, e la riprendo oggi riferendomi, come allora ma più approfonditamente, a un articolo di Luisa Muraro dal titolo Differenze tra donne differenza sessuale, comparso in un altro numero di Via Dogana 3 dedicato alla lingua, dal titolo La parola giusta ha in sé il potere della realtà (dicembre 2018). In quel testo Luisa introduce quella che definisce una buona intuizione su cui deve ancora riflettere e la espone facendo due passaggi. Il primo riguarda il fatto che quando una donna assume la propria parzialità femminile dicendo «io sono una donna», lì la differenza sessuale ha già operato: quindi la differenza è in e non tra uomini e donne. Nel secondo passaggio dice: «la differenza sessuale che ha già operato, traspare con il mio (tuo… nostro, vostro…) riconoscermi nelle altre donne. Essa consiste dunque nelle differenze tra donne; ma non è una consistenza, è un principio evolutivo della vita che si sviluppa e traduce nella cultura umana».
Il fatto che la differenza sessuale “consiste” nelle differenze tra donne porta a pensare che, se ci occupiamo della sua traduzione in pratica politica, di conseguenza in qualunque tipo di relazione tra donne la differenza tra donne è all’opera in vario modo e in vario grado: approfondire questa questione è, con ogni probabilità, lo sviluppo su cui si deve ancora riflettere. Quando poi Luisa Muraro afferma che «non è una consistenza, bensì un principio evolutivo della vita» introduce un pensiero di primo acchito enigmatico che però chiarisce nel numero successivo (aprile 2019) in un testo dal titolo Coscienza evolutiva. In quell’articolo, di fronte ai grandi progetti politici di cambiamento che si sono rivelati catastrofici, Muraro si pone la domanda: «possiamo noi umani con le nostre specifiche caratteristiche, in primis la parola e l’autocoscienza, prolungare l’evoluzione indirizzandola su strade migliori per quel che riguarda la convivenza e la felicità?».
Ne intravvede la possibilità nelle “buone pratiche del femminismo” che secondo lei hanno la particolarità di corrispondere a comuni comportamenti femminili, ma ripresi in senso sovversivo. Si ricollega poi direttamente all’articolo precedente, riproponendo l’idea del senso libero della differenza che affiora attraverso le differenze tra donne, e prospettando una visione di cambiamento di civiltà con queste parole: «ora aggiungo che, grazie alla pratica delle relazioni e alla presenza nella vita pubblica, affiora anche un mondo di donne, mondo mai visto da cui gli uomini non sono esclusi: in quel mondo si ritrovano e si riconoscono, non però identici a prima perché non sono più nella posizione di prima, centrale e dominante. Sono lì fedeli a se stessi in relazione con donne. La posizione centrale dominante non è più di nessuno; non sarà di nessuno, mondo plurale senza un centro». Muraro considera anche questa un’intuizione da sviluppare nelle sue conseguenze e, in effetti, soprattutto la sua ultima affermazione dà molta materia su cui pensare.
Sono riflessioni che precedono sia il Covid sia la rivalsa maschile al virus, con il portato di morte e di distruzione che ci getta ogni giorno nell’impotenza e nell’angoscia: annebbia la mente e trascina anche il femminismo nel caos postpatriarcale e in modalità di contrapposizioni guerresche. Proprio per questo sono parole da riprendere e da riconsiderare, perché anche in questo tempo orribile comunque continua il lavorio profondo nel corpo della società e Luisa, come faceva sempre, con le sue parole apre nel presente strade impreviste.
Oggi, quindi, mi pare il tempo opportuno per riprendere la questione e fare della differenza tra donne una pratica politica, anzi meglio nominarla già come una pratica politica operante assieme a pratiche consolidate come autocoscienza, partire da sé, relazione privilegiata con un’altra donna, disparità, affidamento, autorità, relazione di differenza con gli uomini; e di cui si potranno approfondire gli aspetti e gli sviluppi man mano che si pratica.
Quando si nomina una nuova pratica è perché è già in atto e questo è capitato anche in passato, si arriva a nominare una pratica perché già è all’opera. Io stessa, infatti, posso portarne due esempi che mi riguardano. La mia relazione con Jennifer Guerra è di questo ordine: una relazione di differenza tra donne. Abbiamo impostazioni e riferimenti molto diversi: io Libreria delle donne e Pensiero della differenza, lei Non una di meno e Transfemminismo; io vecchia lei giovane, per dire quelle che balzano agli occhi. Sono entrata in relazione con lei perché nelle sue pubblicazioni c’era qualcosa che mi attirava e suscitava la mia curiosità a saperne di più. La curiosità penso sia un grande motore per questo tipo di relazioni. Se il suo primo libro, Il corpo elettrico, mi aveva interessato ma suscitato anche parecchie perplessità, poi con l’uscita del Capitale amoroso soprattutto io nella redazione ristretta di Via Dogana 3 ho desiderato invitarla per il numero Orientarsi con l’amore perché vedevo vicinanze e possibili scambi, come effettivamente è successo. Jennifer mi ha detto che in quell’occasione è stata colpita dal nostro modo di discutere nelle redazioni aperte, non finalizzato al raggiungimento di un qualche obiettivo, e da lì credo che sia nata anche in lei la curiosità di conoscerci meglio. È una relazione che dura da diversi anni non solo con me, ma con tutta la redazione e la ritengo produttiva proprio perché mantenendo chiare le nostre differenze apre un possibile terreno di scambio e di modificazione. L’altro esempio riguarda le stesse relazioni nella nostra redazione, in cui l’aspetto delle differenze tra donne è diventato sempre più evidente e tenuto in conto per quanto abbiamo scoperto sia produttivo di pensiero, perché, per le grandi trasformazioni in corso, soprattutto la differenza di età è diventata sempre di più una differenza di approccio al mondo. Si è visto in modo eclatante quando stavamo pensando il numero sul denaro: il diverso approccio nei confronti dei soldi, con concezioni che entravano addirittura in conflitto tra le vecchie e le giovani, ci ha fatto da bussola per pensare il taglio dell’incontro. Ma potrei dire la stessa cosa anche per il numero sull’intelligenza artificiale. Questo non toglie affatto che in redazione ci sia affidamento e senso della disparità, dice però che sono molto valorizzate le differenze che stanno nelle pieghe della disparità, contribuendo a far sì che l’autorità sia circolante e non cristallizzata.
Nominando questa nuova pratica mi sono accorta che in Libreria c’è sempre stata, che non è venuta fuori dal nulla. Infatti fin dagli inizi la Libreria non è mai stata un luogo omogeneo e c’era la consapevolezza di essere un luogo in cui la frequentazione era molto varia per stato sociale, per età, per situazione familiare, eccetera. Era ed è un luogo in cui le differenze tra donne possono parlarsi: per fare un esempio significativo e inconsueto ricordo che la differenza tra donne atee e donne credenti ha trovato in Libreria modo di dialogare in molte occasioni, soprattutto attraverso gli incontri voluti da Luisa Muraro nel ciclo Cibo del corpo cibo dell’anima.
Per molti anni Via Dogana ha avuto un ruolo importante al riguardo in quanto, essendo una rivista di pratica politica, ha dato voce a donne che in tutta Italia facevano la politica delle donne, che fossero grandi intellettuali, casalinghe, insegnanti, infermiere, impiegate, operaie. Rimane indimenticabile l’articolo Giacca fallata (VD 14/15) in cui Mafis Acerbis, operaia alla Santi Confezioni di Brescia, racconta insieme a Oriella Savoldi come lavora in fabbrica alla catena di montaggio e in che cosa consista la qualità del suo lavoro nel confezionare giacche.
Inoltre, se pensiamo alla vita della Libreria, come non vedere quanto è stata arricchita dalla differenza di ambiti di interesse, di propensioni, di talenti intellettuali tra Lia Cigarini e Luisa Muraro, come non vedere quanto gli attriti e le discussioni accese suscitate da queste differenze fossero generative di pensiero e di scrittura.
La pratica di relazione di differenza tra donne riguarda quell’ambito che nel femminismo oggi viene chiamato “intersezionalità”, idea a cui Muraro in quello stesso articolo riconosce importanza politica perché opera – dice – «nella sfida di accordare le differenze tra esseri umani con il principio di uguaglianza». Aggiunge tuttavia che lei vi riflette nei termini posti dalle differenze tra donne, che si collocano in uno spettro molto più ampio rispetto alle differenze prese in considerazione dalle teoriche dell’intersezionalità.
La differenza tra donne è difficile da praticare, ugualmente l’intersezionalità è difficile da praticare. Lo sa Muraro che ne parla in Esserci davvero raccontando che non sa bene relazionarsi con qualcuna che è altro e che questo è molto “disturbante” perché è una donna (p.80). Lo sa anche Tamara Tenenbaum, che nel suo libro Un milione di stanze tutte per sé (Fandango 2025) sostiene che gli scritti che afferiscono all’intersezionalità le piacciono «soprattutto quando riconoscono le difficoltà dell’intersezionalità stessa: quando non pensano che basti nominarla come fosse una parola magica perché il problema di come pensare e interagire politicamente con ciò che non viviamo sia risolto» (p.73). Cita al riguardo un testo quasi sconosciuto di Virginia Woolf: l’introduzione a La vita come noi l’abbiamo conosciuta di Margaret Llewelyn Davis, un libro di racconti autobiografici di donne lavoratrici di quegli anni, in cui la Woolf confessa le sue difficoltà nelle relazioni tra le classi e con le operaie.
Jennifer Guerra nel suo libro Il femminismo non è un brand dedica un articolata riflessione all’intersezionalità spiegando i passaggi per cui è diventata una “parola magica” – lei preferisce dire un “termine ombrello” – di cui facilmente si è impadronito anche il mercato. Lei stessa ne evidenzia i limiti e condivido la sua analisi quando fa notare che a essere intersezionali non sono tanto le persone quanto piuttosto i sistemi che le opprimono. Avanza anche una proposta politica: abbandonare «l’idea di una politica basata sul senso di colpa identitario facilmente capitalizzabile e cominciare a costruirne una basata sulle alleanze» (p.149).
Pur condividendo l’orientamento verso una politica delle “alleanze” e non delle contrapposizioni sterili e violente, vorrei far presente che anche questa politica può diventare un’operazione più di facciata che di sostanza, come abbiamo visto fare tante volte nella politica tradizionale che mette insieme sigle, gruppi, associazioni in cartelli fittizi, tesi più a essere contro che a produrre trasformazione nel presente. Se riteniamo invece che “le alleanze” siano produttive se si fanno tra esseri umani in carne ed ossa, allora sono necessarie adeguate pratiche di relazione e scambi e penso che approfondire e praticare la relazione di differenza tra donne, soggettività altre comprese, risponda a questa esigenza.
In questo secondo orientamento diventano preziosi i luoghi in cui gli scambi possano avvenire, che siano luoghi fisici come la nostra libreria, le case delle donne, i centri di documentazione o luoghi momentanei di incontro come convegni e altre iniziative, o luoghi virtuali.
Invece stiamo assistendo a sempre più casi di appuntamenti femministi annullati all’ultimo momento per veti posti da parte di altre femministe. È di fine maggio la Lettera alle femministe che hanno a cuore la politica delle donne e i suoi spazi, promossa dalla rete Dichiariamo e facilmente rintracciabile in internet, che, prendendo atto di questa situazione vuole interrompere una dinamica che non ha mai fatto parte della politica delle donne e vuole «costruire un momento di confronto sulle pratiche di convivenza nel femminismo». L’ho firmata anch’io, come parecchie altre donne della Libreria.
Credo che qui scontiamo il fatto che alcune componenti del femminismo abbiano preso troppo alla lettera la teoria della performatività del linguaggio di Butler e abbiano spostato interamente sul linguaggio la lotta politica, ritenendo che il cambiamento passi dal fatto di esprimere giudizi sempre più pesanti e radicali su altre femministe e che questo basti. Invece non basta, e che sia un errore politico lo si vede dai risultati che produce. Una politica del linguaggio è efficace solo se fa tutt’uno con l’agire, e quindi con le pratiche di relazione, compreso il conflitto relazionale, che come tale non è mosso dal desiderio di eliminare la presunta avversaria. La pratica di relazione di differenza chiede sì una politica del linguaggio ma che sia più vicina a una danza, invece che a una guerra.