Il pensiero della differenza sessuale ieri e oggi
Chiara Zamboni
14 Giugno 2026
Questo testo sul pensiero della differenza sessuale deve molto a Luisa Muraro. Sappiamo, è morta da poco. Come è stato notato, quando muore una donna o un uomo a cui siamo molto legate, la sua voce continua nel nostro sentire e la sua presenza insiste accanto a noi pur nell’assenza. Così per tante cose di quello che ora dirò, sento la voce di Luisa perché so bene come alcuni passaggi le appartengano e dunque cosa ha detto e il suo sguardo nel dirlo. Il pensiero della differenza è stata ed è una impresa di molte, ma Luisa ne è stata l’iniziatrice.
Sperimentiamo di frequente come ci siano immagini che aiutano a formulare un pensiero.
Per il pensiero della differenza sessuale l’immagine chiave è stata per me una affermazione limpida di Carla Lonzi da Sputiamo su Hegel. Sostiene che tra l’esperienza delle donne e quella degli uomini esiste una asimmetria irriducibile. Scrive: “La donna non è in rapporto dialettico con il mondo maschile. Le esigenze che essa viene chiarendo non implicano un’antitesi ma un muoversi su un altro piano” (p. 32).
Vuol dire che la differenza femminile che io sono non prende il proprio valore e significato dal differenziarmi dagli uomini, ma dal farle spazio simbolico attorno, e questo assieme ad altre. Con gli uomini non c’è né simmetria, né opposizione, né dialettica. Ci muoviamo su un altro piano.
È sviante dunque pensare la differenza sessuale come differenza tra donne e uomini. Per questo l’autentico primo passo è un differire soggettivo che prende corpo e significato tenendo in tensione l’interiorità e la relazione con altre.
Come si legge nel libro Il pensiero della differenza sessuale, di cui abbiamo fatto una nuova edizione e introduzione con la casa editrice Mimesis, questo pensiero è nato in Diotima dal desiderio di dare parola al nostro amore per la filosofia e al nostro essere donna, provocando così una vera rivoluzione epistemica della filosofia. Questa scommessa ha coinvolto per contagio lo statuto della storia, della pedagogia, del diritto e così via. Da un lato si è trattato di una critica al pensiero maschile falsamente neutro universale, ma dall’altro è stato ed è dire ciò che ci sta a cuore filosoficamente a partire dalla soggettività femminile che incarniamo. Quel che abbiamo scritto da quel momento in poi ha avuto radici nella nostra soggettività e nelle relazioni con altre donne, trasformando radicalmente il modo stesso di fare filosofia.
Dico questo perché non si è trattato affatto di aggiungere una filosofia femminile accanto a quella maschile, e dunque venendo in battuta seconda. Come se si volesse completare il campo dell’umano. Piuttosto mostrare in concreto come la differenza femminile modifichi dall’interno il fare filosofia.
Qualche cosa di simile nella ricerca storica. María Milagros Rivera, parlando della ricerca storica fatta da Luisa Muraro, giustamente diceva che non sono gli archivi storici ad essere sessuati, ma è lo sguardo della donna che li consulta a farli tali. E così nel diritto. Lola Santos nel seminario di Diotima lo scorso anno lo diceva bene. Sono le relazioni tra giudici, avvocate e donne implicate in modo diverso a rendere sessuato il diritto. Riprendeva e arricchiva così una posizione di Lia Cigarini.
Tuttavia è bene ricordare – ed è un punto a cui tengo molto – che il piano delle pratiche, della trasformazione personale e della qualità soggettiva di ognuna di noi è parte intrinseca di questa scommessa politico-epistemologica. Questo fa del pensiero della differenza sessuale una forma di vita. Non si può parlare, ad esempio, di relazioni tra donne senza avere fiducia e cura di tali legami. Non si può parlare di autorità femminile se non come scoperta e riscoperta nella vita delle relazioni. Più concretamente, è stata l’invenzione da parte di Luisa Muraro di alcune pratiche precise che ha permesso che tra noi si formasse un tessuto sorgivo di pensiero, senza fare appello a un sapere già costituito.
Quel che si dice e come si vive sono – nel caso della differenza – strettamente legati.
Molte cose sono successe nei quarant’anni che sono seguiti. Il contesto politico e di pensiero si è andato trasformando.
Ci siamo trovate confrontate con tentativi diversi di neutralizzazione della differenza sessuale.
Il più indiretto e meno evidente – forse per questo il più difficile da affrontare – è stato quello di una certa area di pensiero, che ha raccolto soltanto la valorizzazione dell’essere donna ed essere uomo cancellando l’asimmetria, che implica l’impossibilità di una dialettica. È proprio tale impossibilità che porta di suo a dare spazio allo sguardo femminile del reale. Il consenso che abbiamo ricevuto da questa area culturale è nato dunque da un fraintendimento. Riportando tutto alla differenza tra donne e uomini e al valore dei generi, essa ha tradito il senso di un pensiero squilibrante, che è tale perché prende come passo d’avvio quel che della differenza dice la soggettività singolare incarnata. Quest’area ha posto al centro la differenza tra donne e uomini, e lo ha fatto come qualcosa che si può vedere dall’esterno. La differenza sarebbe oggettiva, sedimentata nel dato biologico del corpo e nel linguaggio dato. L’errore è di guardare l’umano con uno sguardo di sorvolo, prescindendo da sé stesse. Al contrario, un punto essenziale è che l’anima è coinvolta dal corpo e la differenza è il senso soggettivo che si dà a tale coinvolgimento.
Apro una breve parentesi su quel che ho appena detto. Il corpo sessuato influenza l’anima che siamo, certo, ma non in modo deterministico. Ognuna e ognuno di noi dà un significato singolare a questo coinvolgimento che il corpo esercita su di noi. Porto un esempio che non ha a che fare immediatamente con la sessuazione. Sappiamo, ci sono molte donne magrissime. Io lo sono. Il significato che io do a questa condizione d’esperienza è di essere una donna leggera come una foglia che il vento può portare via con sé. È una immagine, un germe di pensiero di un sentire soggettivo. È in questo senso che Luisa Muraro voleva si parlasse di pensiero della differenza sessuale e non semplicemente di differenza sessuale. Per lei era fondamentale dare spazio a quel movimento del pensiero che nasce da un sentire soggettivo della differenza. È vero che il corpo coinvolge l’anima, ma è questa che trova le parole per dire i modi e le forme di tale coinvolgimento.
Torno alla risonanza e alle critiche portate al pensiero della differenza. Il tentativo più diretto ed evidente di neutralizzazione della differenza è venuto dal movimento Lgbtqia+. Sappiamo che si è impegnato a decostruire i generi sia criticando la posizione che chiamo tradizionalista, che parla di donne e uomini e famiglie naturali, sia in polemica con il pensiero della differenza considerato la causa di tale spartizione naturale. In questo modo travisandolo del tutto.
L’uso del neutro da parte del movimento Lgbtquia+ con la schwa o con la u finale è un modo per accogliere tutte le identità dei soggetti che non si riconoscono nel modello sociale e di potere costruito attorno all’eterosessualità. Propone così una specie di rete inclusiva di una miriade potenziale di identità.
Si tratta di un modo profondamente diverso da quello di una differenza femminile che è impegnata a squilibrare dall’interno la cultura data leggendola e trasformandola in base allo sguardo della differenza femminile e all’orientamento della verità.
Oggi è cambiato profondamente il contesto in cui viviamo. Antje Schrupp l’ha chiamato caos postpatriarcale. Il pensiero della differenza sessuale può giocare una nuova partita, ma è indubbio che sentiamo il contraccolpo di questo caos, che si avvia a una nuova disposizione e qualità del potere.
Ci troviamo ad affrontare qualcosa di imprevisto. Molte segnalano ad esempio la difficoltà di sentire e radicarsi in un’esperienza autentica. Si sentono risucchiate da esperienze piccole. Ristrette. Che perdono mondo.
Un secondo esempio: la lettura sessuata della realtà, che è una delle nostre pratiche in cui si gioca la differenza femminile, in molti dei nostri discorsi scivola nella pura e semplice critica al presente, sostanzialmente neutra. Il fatto è che veniamo catturate dagli avvenimenti “sensazionali” e non comprensibili immediatamente. Si perde così la scommessa del pensiero della differenza, che ha la sua leva nel radicarsi nell’esperienza soggettiva. Di conseguenza il discorso scivola nel tentativo di una mappatura oggettiva di quel che avviene. Senza slancio desiderante. Senza ricordare che il reale a cui facciamo riferimento è visibile e invisibile e si nutre del nostro desiderio.
Per muoverci secondo questo slancio è come se dovessimo ricominciare dagli inizi, dalla esperienza vissuta soggettivamente avendo ben chiare le difficoltà nuove che ci sospingono – senza che lo vogliamo – verso nuove forme di neutralizzazione del discorso. Voglio ricordare ancora due difficoltà che portano al neutro e cancellano la differenza. La prima: l’anestetizzazione del nostro sentire indotta dalla forma delle notizie che assorbiamo, come sostiene Ida Dominijanni. La seconda: la sempre più diffusa difesa nei confronti del trauma provocato dal contatto con il reale. Questa difesa impedisce di fare esperienza del reale e di trasformarci in relazione ad esso. Ne ha parlato Leeanne Minter al ritiro di Diotima. Entrambe, sia la prima sia la seconda, rendono impossibile qualsiasi verità soggettiva, e dunque la stessa differenza femminile nella sua capacità innovativa.
Allo stesso tempo ho osservato come ci sia oggi un autentico e nuovo desiderio di conoscere il pensiero della differenza. Non a caso è stato riedito il primo libro di Diotima. Questo va di pari passo con il desiderio di molte e molti di andare a conoscere le radici del femminismo. Penso ai testi di Luce Irigaray, di Carla Lonzi da poco ripubblicati assieme ad altri. Antje Schrupp ha scritto recentemente che in Germania le hanno chiesto un libro sul pensiero della differenza italiano. Mi sembra che il pensiero della differenza abbia più credito nel lungo periodo, perché ciò gli permette di mostrare le sue potenzialità di senso e di vita vissuta messe alla prova nei periodi di crisi come questo.
Ho notato anche un bisogno di studiare questi testi come azione politica collettiva, come dice Antonietta Potente. Studiare assieme, il che significa crescere assieme orientandosi. Studiare ha un tempo suo proprio che si sottrae all’affastellarsi frenetico delle informazioni. Provoca un modificarsi in dialogo con chi scrive e con chi con noi legge.