Fare il femminismo in una maniera nuova
Jennifer Guerra
14 Giugno 2026
Ho pensato molto se riscrivere il mio intervento, alla luce della notizia della scomparsa di Luisa Muraro. Ho incontrato Luisa in due occasioni. La prima, molto brevemente, di persona, quando sono venuta la prima volta in libreria nel 2023 e la seconda in videochiamata, lo scorso anno, in occasione dell’intervista che le ho fatto per Sette, il supplemento del Corriere della Sera, per il cinquantesimo anniversario della libreria. Per me è stato un grande onore raccogliere le parole di Luisa, che non concedeva interviste da molti anni. Alla fine ho deciso di mantenere l’intervento così come l’avevo pensato, sperando che al suo interno possiate cogliere l’importanza che l’incontro con la Libreria e con Luisa hanno avuto per me.
Esattamente tre anni fa, mettevo piede per la prima volta in questa sala, su invito di Vita Cosentino, per partecipare alla redazione aperta di VD3. All’epoca stavo attraversando una crisi nel mio femminismo, di cui decisi di parlare nella mia relazione, che aveva come oggetto l’amore. Quando venni qui la prima volta e lessi quelle parole, così catartiche e liberatorie, stavo affrontando un periodo di depressione, scatenato dalla mia diagnosi di ADHD, il disturbo dell’attenzione che mi aveva fatto finire ai ferri corti col femminismo. In questi tre anni ho capito che sì, in parte quella crisi era dovuta ai miei problemi personali, ma era anche il segnale di una grande trasformazione del mio modo di essere femminista. All’epoca mi sentivo profondamente insoddisfatta dal femminismo che avevo intorno a me. Il femminismo, che era il mio oggetto d’amore, si comportava come un amante sfuggente e immaturo, che non riusciva a dare nessuna svolta trasformativa significativa nella mia vita, e per il quale cominciavo a provare una sorta di risentimento. Come si dovrebbe fare per tutte le relazioni che non funzionano, decisi di prendermi una pausa. Nel frattempo, arrivò l’invito di Vita alla Libreria, che mi sorprese enormemente. Mi sentivo lontana da questo luogo, ideologicamente e anagraficamente, ma decisi comunque di accettarlo.
Ciò che mi sconvolse, quella domenica mattina dell’11 giugno del 2023, fu la scoperta di una declinazione diversa del verbo “fare”. Si poteva fare il femminismo in una maniera nuova, per me inedita, e il paradosso era che a mostrarmelo era un gruppo di donne molto più vecchie di me. Per me fu incredibile scoprire che non c’era bisogno di attraversare tutti i conflitti, di rispondere a tutte le osservazioni e di arrivare per forza a una chiusura. Si può fare il femminismo anche semplicemente restando nella relazione, nell’apertura, in una parola nella differenza.
Da allora ho scritto un libro, che non è ancora uscito e per il quale sono tornata un’altra volta in Libreria, in cui ho intervistato femministe cosiddette storiche da tutta Italia, con percorsi di vita e punti di vista molto diversi fra di loro. L’obiettivo che mi sono data scrivendo era di riuscire a trasmettere alle mie coetanee e alle femministe più giovani di me la stessa scoperta che avevo fatto io, ovvero che c’è un modo differente di stare nel mondo, di stare fra donne, di stare nel femminismo, che non si riduce a una lista di obiettivi e di azioni politiche. Più parlavo con le mie nuove amiche di settanta, ottant’anni, più mi rendevo conto che nel femminismo attuale c’è un problema di fondo. Quasi tutte noi – e con noi intendo le under 30 o giù di lì, le nuove generazioni – abbiamo conosciuto il femminismo su Internet, in particolare sui social. Lo abbiamo conosciuto sottoforma di contenuto, di content, di argomento. Magari lo abbiamo anche studiato all’università, ma non cambia molto. Questo femminismo ci è apparso, un giorno, per caso. È un femminismo senza storia, senza passato e senza futuro, e scomparirà dai nostri feed con la stessa velocità con cui è arrivato. Qualcuna di noi dopo un po’ si stanca di questo femminismo superficiale, e quindi prova a fare attivismo. Passa così dal consumare virtualmente il femminismo ad agirlo concretamente nei propri territori. Ma manca sempre un passaggio, uno spazio in cui quella spinta che ci ha condotte verso il femminismo viene elaborata, pensata e condivisa nella relazione.
Io sono stata in grado di fare questo passaggio solo quando ho scoperto il pensiero della differenza. La cosa più importante che mi ha insegnato il pensiero della differenza è che nel femminismo ci sono due dimensioni: l’orizzontalità, cioè la sorellanza, la solidarietà; e la verticalità, cioè la genealogia, l’affidamento. Grazie a questo insegnamento, ho trovato anche una risposta alla domanda: cos’è il femminismo? Il femminismo, prima di ogni altra cosa e definizione, è riconoscersi in una genealogia di femministe, è pensarsi in un continuum, è essere femministe perché si vuole, si desidera, si tende al femminismo.
Ammetto di essermi avvicinata alla parola “differenza” con sospetto e diffidenza. Per me era importante collocare questa parola in un percorso politico di apertura e alleanza politica verso le istanze della comunità LGBTQ+ e delle persone trans, ma allo stesso tempo rimanevo insoddisfatta dall’interpretazione della mia esperienza incarnata di donna come di una semplice performance o costruzione culturale. Il modo in cui sono riuscita a conciliare queste due esigenze, dare senso alla mia differenza senza ridurre la differenza a un destino, è stato l’incontro prima intellettuale e poi umano con Rosi Braidotti. Braidotti interpreta la differenza sessuale non come un’identità stabile e lineare, ma come una “politica della collocazione”, un processo, un progetto, che nella relazione e nello scambio non si fissa in un dato, ma esplode in mille possibilità e direzioni. C’è una matrice nella differenza sessuale, che è proprio la genealogia materna: noi abbiamo un’origine, un punto di partenza, delle radici.
Il problema che mi ha posto di fronte questa scoperta, però, è che la mia generazione è una generazione di orfane. È una generazione che raramente ha l’opportunità di confrontarsi con le proprie madri simboliche. Come dicevo prima, questo ha a che fare con il modo in cui noi siamo venute in contatto con un femminismo senza radici e senza storia, ma anche con la grande questione della trasmissione generazionale, che si è interrotta da qualche parte. Vorrei tralasciare oggi di soffermarmi sulle ragioni di questa interruzione, e trattarla come un semplice dato di fatto. Come possiamo inserirci in un continuum materno se non sappiamo nemmeno di avere delle madri?
Adrienne Rich scriveva che si può disobbedire alla propria civiltà per amore della propria civiltà. Questa è l’esperienza che tante di noi hanno avuto con le proprie madri in carne ed ossa: ci sentiamo autorizzate a disobbedire a loro in virtù dell’amore che proviamo per loro. Per disobbedire a una madre, dobbiamo riconoscerla prima come tale. Io credo che oggi il valore che possiamo dare alla differenza sia proprio questo: trovare nella differenza un’appartenenza non tanto biologica, ma genealogica. Usarla come un perno, una chiave di volta.
A gennaio, ho avuto l’onore e il piacere di partecipare a un convegno dedicato al pensiero di Rosi Braidotti alla Sorbona di Parigi, dove ho proprio portato questo tema: disobbedire a una madre quando ci si sente orfane. Per l’occasione ho letto in un vecchio numero di Via Dogana una metafora che mi ha accompagnata nella costruzione del mio intervento: a volte il femminismo diventa un’eredità indigesta, come una grande casa di campagna che esitiamo a ristrutturare, ma che allo stesso tempo rischia di diventare un peso, ricoperto di polvere. Cosa fare di questa casa? Trasformarla in un museo o imbarcarsi in una faticosa impresa di ristrutturazione, perché questa casa di campagna torni a essere casa a tutti gli effetti? Io credo che oggi dobbiamo rapportarci alla differenza proprio come ci rapporteremmo a questa casa: dobbiamo renderla un luogo accogliente, vitale, un luogo di appartenenza che però non ci trattiene, un luogo in cui tornare senza sentire l’obbligo di restare per sempre. In questa metafora, ritrovo il senso di Braidotti per la differenza come progetto, come qualcosa che si costruisce.
Io sono convinta che siamo ancora in tempo per imbarcarci in questa impresa. Nelle mie relazioni con le femministe della mia generazione e delle generazioni più giovani, ritrovo spesso gli stessi desideri:
Avere punti di riferimento, avere una memoria. L’incontro con Braidotti, come forse saprete, ha anche prodotto anche un altro libro che abbiamo scritto con la filosofa politica Giorgia Serughetti, Giù le mani dal femminismo. In questo libro denunciamo l’appropriazione del femminismo da parte dei nemici storici del femminismo stesso, la destra e il fascismo. Oggi leader politiche con una cultura storicamente estranea e ostile al femminismo si dicono femministe, o usano le istanze femministe per promuovere politiche di disuguaglianza ed esclusione. Nascono collettivi di “femminismo identitario”, che considerano il femminismo come generica libertà conquistata dalle donne occidentali e messa in pericolo dall’arrivo di uomini stranieri, negando l’esistenza del patriarcato nelle proprie case e nella propria cultura. Nel libro, io mi sono occupata di rispondere alla domanda: com’è possibile che oggi la parola femminismo sia stata svuotata a tal punto da essere appropriata da simili soggetti? Come siamo passati da una Margaret Thatcher che diceva di odiare le femministe a una Marine Le Pen che dice di esserlo? Nel mio capitolo, ho ricostruito il percorso che ha portato a questo svuotamento, a partire dagli anni Ottanta, quando il capitalismo e il neoliberalismo si sono appropriati dei valori femministi più funzionali al mantenimento dello status quo, come il successo individuale, l’affermazione economica e lavorativa. Questa addomesticazione del femminismo prospera sull’ambiguità, rendendo il femminismo un’idea, o al peggio una merce, anziché una pratica, che chiunque può acquistare e rivendicare come propria senza alcun progetto politico. Sono convinta che l’alleato più funzionale a questa appropriazione sia proprio l’assenza della memoria storica e della genealogia femminista, e che le dinamiche con cui oggi il femminismo prospera su Internet amplifichino questa sensazione che il femminismo salta fuori dal nulla, è la scoperta individuale della singola donna che diventa così l’emblema del femminismo “giusto”. Per questo diventa sempre più urgente ricostruire un’alleanza intergenerazionale, in cui la differenza diventa anzitutto appartenenza a una civiltà differente, a un modo diverso di stare al mondo, a un ordine simbolico che ci permette di esistere nella molteplicità dei nostri desideri.