Luisa
Lea Melandri
13 Giugno 2026
Apprendo adesso della morte di Luisa Muraro, che ho incontrato prima ancora del femminismo, quando fui invitata da Elvio Fachinelli a partecipare alla preparazione del convegno sulla “pratica non autoritaria” nella scuola, da cui sarebbe poi uscito il libro L’erba voglio, Einaudi 1971.
Dopo il decennio degli anni ’70, che ci ha visto insieme, dal collettivo di via Cherubini alla Libreria delle donne e la sede di Col di Lana, una divergenza sulle posizioni del femminismo ci ha allontanate, senza per questo interrompere un dialogo critico alla distanza.
Se leggo l’intervista, raccolta da Elvira Roncalli insieme alla mia e a quella di Adriana Cavarero – Il futuro è aperto, Prospero Editore 2025 – mi rendo conto che il filo conduttore della lunga storia che abbiamo condiviso non è mai venuto meno.
Alla domanda di Elvira Roncalli se c’è «uno scarto tra l’esperienza soggettiva del femminismo e il femminismo come sapere teorico», Luisa risponde:
«Su questo mi viene in mente quello che dice Lia Cigarini, è lei che mi ha introdotta nel pensiero femminista ed è tuttora un’autorità per me […] Lei ha una veduta chiara su questa questione. Io non ho una veduta chiara su questo. So che la teoria è necessaria e so anche che la teoria non basta. Se lo diciamo con Hannah Arendt, se crediamo di sostituire l’esperienza o la realtà con qualche veduta teorica, cadiamo in errore. Infatti, in altri momenti io contrappongo la teoria al racconto, alle volte è la pratica, ma altre è il racconto, cioè il racconto delle cose che capitano. È vero, io ho un gusto per la teoria, sono stata formata alla teoria e credo che la teoria – il pensare e ragionare teoricamente – siano indispensabili, ma non occorre che tutti lo facciano. Occorre invece che il pensiero ragionante non pretenda di completare il discorso e lasci posto all’esperienza».
Ciao Luisa.
(Post Facebook, 13 giugno 2026)