Morta Luisa Muraro, la filosofa del femminismo che fece della differenza una libertà. «L’Uomo non esiste. Esistono uomini e donne»
Monica Ricci Sargentini
13 Giugno 2026
Fondatrice della Libreria delle Donne e della comunità Diotima, ha costruito una delle riflessioni più originali del Novecento sul rapporto tra donne, linguaggio, maternità e autorità
«L’Uomo non esiste. Esistono uomini e donne». Era una frase tipicamente sua. Semplice, netta, impossibile da equivocare. Eppure dietro quelle poche parole Luisa Muraro aveva costruito una delle riflessioni filosofiche più originali del Novecento italiano.
È morta a Milano alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno. Filosofa, pedagogista, fondatrice della Libreria delle Donne e della comunità filosofica Diotima, Muraro è stata una delle figure centrali del femminismo italiano. Ma definirla semplicemente una femminista sarebbe riduttivo. Era una pensatrice. Una donna che ha dedicato la vita a interrogare ciò che molti consideravano ovvio: la libertà, l’autorità, il linguaggio, la maternità, la differenza sessuale. Apparteneva a una generazione che non voleva soltanto ottenere nuovi diritti. Voleva cambiare il modo di pensare il mondo.
Quando negli anni Settanta nacque il femminismo della differenza, Muraro fu tra quelle che indicarono una strada inattesa. Mentre altre inseguivano l’uguaglianza come superamento della differenza tra uomini e donne, lei sosteneva che proprio lì, in quella differenza, si nascondeva una risorsa di libertà ancora inesplorata. «La differenza sessuale è la vita stessa», ripeteva.
Per Muraro la liberazione femminile non consisteva nel diventare simili agli uomini, ma nel dare parola e significato all’esperienza delle donne. Era una convinzione che attraversava tutte le sue riflessioni, anche le più controverse. Sull’aborto, per esempio, difendeva la legge 194 e il principio secondo cui nessuna donna può essere obbligata a diventare madre. «La maternità inizia con un sì», sosteneva. Ma rifiutava di parlare dell’aborto come di un diritto in senso proprio: non una conquista da celebrare, bensì una scelta spesso dolorosa, che chiamava in causa anche la responsabilità maschile. Era il suo modo di sottrarsi agli schieramenti e tornare sempre all’esperienza concreta delle donne. Da questa stessa intuizione nacque il suo libro più influente, L’ordine simbolico della madre, dove individuava nella relazione con la madre e nella lingua materna il primo accesso al mondo.
La madre fu il centro segreto della sua riflessione. Non la madre idealizzata, né la madre come ruolo sociale, ma la donna da cui impariamo a parlare e a stare al mondo. In un secolo che aveva celebrato il padre, l’autorità, la legge e le istituzioni, Muraro riportò al centro ciò che era rimasto ai margini della filosofia: la relazione originaria. Per questo è stata una filosofa anomala.
Lo è stata anche nel rapporto con il sacro. Studiosa delle mistiche medievali, appassionata di Margherita Porete e di Teresa di Lisieux, non separava mai la ricerca della libertà dalla ricerca di senso. In un panorama culturale spesso diviso tra laicismo e religione, occupava uno spazio tutto suo. Non smise mai di interrogarsi su Dio, ma lo fece sempre a partire dall’esperienza concreta delle donne.
Negli ultimi anni il suo nome è tornato spesso al centro delle polemiche. Si dichiarò contraria alla maternità surrogata e contestò le teorie che tendevano a dissolvere la differenza sessuale nell’identità percepita. Perché la libertà femminile non ha bisogno di cancellare il corpo delle donne per affermarsi.
In fondo, tutta la sua ricerca ruotava attorno a una stessa domanda. «Alla nostra civiltà manca una teoria della libertà femminile», scrisse. È una frase che potrebbe riassumere quarant’anni di riflessioni sulla maternità, sull’aborto, sulla violenza maschile, sul linguaggio e sulla differenza sessuale. Temi diversi, che per Muraro rimandavano sempre allo stesso problema: come rendere pensabile la libertà delle donne senza costringerle a prendere a modello l’esperienza maschile.
Ma ridurre Muraro alle battaglie degli ultimi anni sarebbe un errore. La sua vera eredità è altrove. Sta nel metodo che ha trasmesso a migliaia di donne. Nel partire da sé. Nel fidarsi della propria esperienza. Nel non delegare ad altri l’interpretazione della realtà. Nel cercare parole nuove quando quelle esistenti non bastano più. Per questo chi l’ha conosciuta la ricorda prima di tutto come una maestra. Non una leader. Non una guru. Non un’autorità nel senso tradizionale del termine. Una maestra. Una donna che insegnava a pensare.
In uno dei suoi ultimi libri, Esserci davvero, definiva il femminismo come «un esserci in prima persona in qualcosa che accade». Forse nessuna formula racconta meglio la sua vita. Per oltre cinquant’anni Luisa Muraro è stata questo: una presenza vigile dentro il proprio tempo. Mai accomodante. Mai allineata. Mai disposta a rinunciare alla complessità per inseguire il consenso. Con la sua morte scompare una delle ultime protagoniste della stagione che rivoluzionò il femminismo italiano. Ma le domande che ha lasciato aperte restano intatte. In un tempo che fatica a nominare il corpo, la maternità, l’autorità e perfino la differenza tra uomini e donne, il pensiero di Luisa Muraro continua a interrogare il presente.
(27esimaora.corriere.it, 13 giugno 2026)