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di Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli

In tante e tanti han detto, in questi giorni tristi, la gratitudine per le sue idee, le parole e le pratiche. E per avere aperto la strada alla consapevolezza che la libertà femminile fosse davvero solo nelle nostre mani.

Ripubblichiamo qui un’intervista che le facemmo alcuni anni fa, per ricordare la sua poco nota militanza giovanile nella FGCI milanese. Ci interessava capire cosa avesse significato per lei. E come giudicasse, dopo tanti decenni, quella esperienza. Ci piacquero il rigore e la lucidità delle risposte e soprattutto il giudizio di merito sulla comunità politica rappresentata dai comunisti italiani, felice anomalia nel panorama europeo e mondiale.

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L’intervista: Lia Cigarini

D: Quali sono i libri sui quali ti sei formata?

R: Ero una ragazzina ribelle. Non accettavo il destino che la società prevedeva per le donne. Cosicché le mie prime letture sono state quasi esclusivamente i romanzi delle scrittrici e le biografie delle grandi donne del passato. Posso dunque dire che la mia scrittrice di formazione primaria è stata Jane Austen. Da adolescente ho letto il saggio di Virginia Woolf Le tre ghinee. Solo più tardi, nel femminismo, ho capito il senso profondo di questa scelta istintiva. Le scrittrici si interrogano, si pensano di più, mettono in modo più diretto in gioco la loro soggettività, in un rapporto misterioso con la pratica del partire da sé e della relazione (v. Le madri di tutte noi, Libreria delle donne di Milano, 1982). Poi, in prima liceo, mi sono iscritta alla Federazione Giovanile Comunista (Fgci). Preciso qui che la mia vera esperienza di comunista è stata nell’organizzazione giovanile. Dove c’era libertà di pensiero e azione. Forse i dirigenti del partito pensavano, come il Conte di Cavour, che ai giovani fosse concesso, di diritto, di essere più radicali. Che cosa volevamo? Cambiare il mondo. Fatto sta che io ricordo quella esperienza di studenti e operai e ragazze insieme come viva, colta, allegra.

Le letture sono cambiate ma ho sempre mantenuto la mia predilezione per la letteratura a causa della necessità di conoscere l’esperienza femminile che le scrittrici riflettevano. Aiutata in questo da Michelangelo Notarianni, prima responsabile degli studenti comunisti, poi della Fgci di Milano. Era un appassionato lettore del pensiero marxista ma anche di Proust e della letteratura in generale. Michelangelo ci propose di leggere in gruppo (operai e studenti) alcuni capitoli del Capitale, i Quaderni di Antonio Gramsci, Rosa Luxemburg, Simone Weil, ecc. Il che rendeva più leggera la lettura di quei ponderosi tomi e ci abituava alla discussione anche critica dei classici. Antonio Gramsci e Simone Weil mi sono rimasti nella mente e nel cuore ancor oggi.

D: Quando e per quali ragioni hai scelto il Pci?

R: Sono nata in una famiglia comunista seppure borghese. Per di più durante la guerra mia madre ha raggiunto mio padre (che era nella Resistenza a Torino) portando con sé i figli. Quindi ho vissuto, anche a scuola, sotto falso nome, da clandestina, due anni. Capivo la situazione di estremo pericolo ma anche le ragioni di mio padre e di mia madre. L’iscrizione a sedici anni alla Fgci è stato l’esito naturale di tali premesse. Non una vera e propria scelta.

D: Quali sono le consuetudini (le pratiche politiche) del Pci che ritieni ancora valide e che ti mancano di più e quelle che non ti mancano affatto?

R: Che cosa potrebbe mancarmi, visto che la rivolta delle donne della fine degli anni Sessanta ha contestato alla radice le forme politiche maschili di tutti i partiti, anche di quelli costituitisi dopo il ’68? “La rivolta nella rivolta” l’ha definita Luisa Muraro. C’è poi da aggiungere che il femminismo fedele a quella rottura iniziale concepisce e pratica una politica di trasformazione del mondo a partire dalla soggettività che si sottrae allo schiacciamento dell’organizzazione sociale. Comunque a quell’epoca io ero già uscita dal Partito Comunista. Ricordo, però, che le sezioni del Pci erano un luogo di incontro di persone di diversa provenienza sociale, di diverse generazioni e, infine, di donne e uomini. Ad esempio nella mia sezione nel centro storico di Milano c’erano l’ambulante e il primo violino della Scala, la portinaia e l’intellettuale, l’artigiano e il bancario. Cioè luoghi di relazione. A riprova di questo un episodio rivelatore: tanti anni fa, a Milano, tornando a casa mia, sono passata davanti alla sezione del Pci del quartiere Garibaldi. Lì ho incontrato un compagno del Manifesto che al momento della radiazione dei dirigenti (Rossanda, Pintor ecc.) era uscito dal partito. La mia reazione è stata di chiedergli: che cosa fai qui davanti alla Sezione? Risposta: «Bisogna pure avere degli amici nella vita». Conclusione: si era iscritto al Pci per avere delle relazioni.

D: Quali i tuoi ricordi del rapporto tra i sessi nel Pci o nella Fgci?

R: La Fgci di Milano ai miei tempi aveva una stragrande maggioranza di iscritti di origine operaia. Quindi era piuttosto puritana. Inoltre su circa tredicimila iscritti, dodicimila erano maschi e mille le ragazze. C’era perciò un grande rispetto verso quelle coraggiose giovani compagne. Non ho mai sentito una battuta volgare o che riguardasse il sesso. Quando, poi, nel 1962 sono stata proposta come “segretario” dell’organizzazione nessuno dei miei giovani compagni ha fatto obiezioni. E nel comitato federale per la mia elezione ci sono stati solo tre voti contrari: due per ragioni di orientamento politico divergente, il terzo perché non mi aveva mai sentito parlare in pubblico. Infatti durante la militanza comunista ho sempre ridotto al minimo i miei interventi pubblici perché mi gettavano nel panico. Un sintomo rivelatore. Nel Pci, invece, un dirigente ha così commentato la mia elezione: «Con questa elezione si rivolteranno tutti i circoli di base». Nessun circolo ha fatto obiezioni e tanto meno si è rivoltato. Siamo nel 1962 e già si manifestava un cambiamento di mentalità nei rapporti tra i sessi. Con tutta evidenza una parte dei dirigenti del partito non avevao ancora percepito che incominciava a spirare il vento di libertà dei “meravigliosi anni Sessanta”.

Due esempi: durante le manifestazioni contro il governo Tambroni nel luglio ’60 i “giovani con le magliette a strisce” erano tantissimi; nel mitico sciopero degli elettromeccanici milanesi, iniziato nel ’60, i giovani operai spingevano alla lotta. Gli studenti, non solo quelli comunisti ma l’intera Unione Goliardica, costituita da liberali, repubblicani e socialisti, che solo qualche anno prima non ci voleva accettare nelle sue file, picchettava le fabbriche in lotta.

Per concludere sul punto: è vero che il Pci organizzò un grande convegno a Genova sul tema della rivolta del luglio 1960, ma la grande partecipazione dei giovani fu interpretata solo come difesa dei valori dell’antifascismo. Si affacciava invece alla politica una generazione nata negli ultimi anni della guerra, più scolarizzata, cresciuta negli anni del boom economico. Quindi con più pretese, ma con un desiderio di libertà pronto a travalicare i confini del già noto in politica.

D: Come hai vissuto i collettivi femministi, il loro linguaggio e cosa pensi della Carta delle Donne?

R: Sono un po’ imbarazzata a rispondere a questa domanda, perché sono stata una delle protagoniste dell’inizio della rivolta delle donne. Infatti il mio gruppo D.E.M.A.U. (Demistificazione Autoritarismo patriarcale) era già esistente nel 1966. Rivolta che iniziò con un gesto imprevisto: separarsi dagli uomini e riunirsi in piccoli gruppi di sole donne. Chiamati gruppi di autocoscienza, dove le donne si raccontavano le une alle altre la propria esperienza, anche la più intima. Per quello che mi riguarda, insieme ad altre, ho pensato che la questione prioritaria da porsi fosse quella di trovare un senso al mio essere donna.

Questa è stata, inoltre, la rottura (fatta dai primi gruppi femministi) con la precedente politica più o meno tormentata dell’assimilazione al mondo maschile, politica che aveva un nome e uno statuto ben preciso: l’emancipazione delle donne. Posso dire che il mio io politico di giovane donna comunista, che insieme a quella operaia voleva la liberazione delle donne, si è dileguato, è defluito da me in brevissimo tempo. Le donne avevano cominciato a liberarsi da sole. Proposi poi, nel 1969, alla rivista il Manifesto, gruppo di cui facevo parte durante la militanza nella Fgci e nel Pci, il testo “Il maschile come valore dominante” scritto da me, da Daniela Pellegrini ed Elena Rasi. Fu pubblicato ma non discusso dalla redazione, che pure includeva donne autorevoli. E di testi non ne vennero altri. Cominciò così la totale obliterazione da parte di tutta la sinistra del pensiero e delle pratiche delle donne.

Della Carta delle Donne penso che la prima parte, scritta peraltro da due femministe, Franca Chiaromonte e Alessandra Bocchetti, accogliesse con buone argomentazioni il pensiero della differenza sessuale. E questo è stato importante. Tuttavia, penso anche che il fatto che non ci fosse indicata una possibile pratica, fedele alla differenza, nel partito, fosse una mancanza che indeboliva l’efficacia del progetto. Infatti se non c’è un nesso tra la pratica di relazione e del partire da sé (che ha messo in gioco la soggettività femminile) e la tradizionale politica di partito, nulla può cambiare. Non mi convince, inoltre, che la fine di quell’ambizioso progetto fosse attribuibile alla “svolta di Occhetto”, come sostengono alcune. Anzi. Penso che nel nuovo Pds meno strutturato del Pci, quelle più convinte che le pratiche della differenza fossero un necessario cambiamento per la forma partito avessero una possibilità in più per rilanciarla.

D: Nel Pci era molto importante che tutti sapessero svolgere varie attività (il lavoro manuale, il volontariato, lavare i piatti alle feste, etc.…). Tu l’hai fatto?

R: No. La Fgci aveva un’attività e una organizzazione autonoma all’interno del Festival dell’Unità. Non gestiva ristoranti bensì per lo più organizzava concerti, riffe e vendita di mercanzia di tutti i tipi, anche costosa. Ad esempio di ritorno dal Festival della gioventù di Mosca (1957) il mio primo segretario della Fgci, di cognome Salomone, ex operaio della Breda, aveva riempito le valigie di ciascun componente della foltissima delegazione della provincia di Milano di dischi, libri, matriosche, bambole, foulard, camicie alla russa, scatole laccate, vassoi, ecc. Mi è stato detto, poi, che quella straordinaria vendita aveva finanziato per due anni le attività politiche della Fgci. Concretezza milanese in grande stile.

D: L’Unità e Paese Sera e le molte riviste del Pci o vicine (Rinascita, Critica Marxista, Vie Nuove, Noi Donne, Nuova Generazione, Donne e Politica, Reti) erano anche strumenti di formazione. Oggi con che cosa si forma la classe dirigente di un partito?

R: Oggi non si forma alcuna classe dirigente nei partiti.

D: È vero che nonostante la differenza di classe sociale anche un intellettuale aveva sempre molte cose da imparare da un operaio o da un qualsiasi lavoratore/trice?

R: Sì. Quando ero nella Fgci e poi per due anni nel Pci ho frequentato molto sia gli operai che gli artigiani. Quello che da loro ho imparato – e mi è servito anche nel movimento delle donne – è la loro capacità di essere e stare incollati alla realtà. Gli operai comunisti sapevano tutto della fabbrica, per prima cosa dei reali rapporti di forza nella propria e anche nelle altre. Sapevano leggere buste paghe complicatissime, conoscevano i modi di produzione dei loro settori. In sintesi sapevano i bisogni, gli interessi e i desideri di ogni compagno di lavoro. Facevano interventi brevi, concisi, nei quali erano presenti e elencati i fatti con una riflessione su di essi. Niente bla bla. Quindi veri intellettuali nel senso che io do alla parola. Ed erano una vera aristocrazia perché anche il più semplice magutt (manovale, muratore) aveva una visione del mondo. A mio parere c’era però un punto debole: per quello che riguardava la politica generale delegavano le scelte al partito, anzi al Segretario generale.

D: Pensavi che la “comunità politica” del Pci fosse migliore di altre?

R: Sì. I dirigenti e i funzionari/e del Pci che io ho conosciuto avevano tutti fatto due scelte serissime nella vita: la partecipazione alla Resistenza e la povertà poi. Infatti i funzionari di partito erano pagati come gli operai specializzati, quelli della Fgci come i giovani operai.

D: Se ti dovessi definire politicamente oggi come ti definiresti?

R: Le etichette non mi piacciono. Come risulta alla gente che mi conosce io non mi definisco in alcun modo. Però sono già “definita” dal nome e cognome per quello che ho fatto e per quello che di me pensano gli altri. So che a Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli che mi hanno posto le domande interessa sapere che cosa io penso oggi del comunismo. Tolti di mezzo l’Unione Sovietica e i partiti comunisti di tutto il mondo, che non ci sono più, posso solo pensare alla celebre definizione di Marx: «da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni» e mi è venuto in mente che la bella pensata di Marx si invera oggi solo nella relazione della madre con la sua creatura. Ivi compreso il rischio che può derivare dall’onnipotenza materna. Insomma il comunismo come inizio, non come fine.

(DeA donne e altri, 20 maggio 2026)

Pubblicata in: Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli, “Al lavoro e alla lotta. Le parole del PCI”

HARPO, Roma 2017