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Negli Stati Uniti l’aborto è criminalizzato in 13 stati. Un reportage dal Texas, dove chi vuole interrompere una gravidanza deve farlo da sola o di nascosto, percorrendo lunghi chilometri in autobus, a causa delle restrizioni che sostenute dalla retorica religiosa si intrecciano con questioni di potere, controllo sociale sui corpi, ruoli di genere, e disuguaglianze economiche nell’accesso alle cure

Jane’s Due Process è un’associazione legale pro bono fondata nel 2001 in Texas, che supporta le minorenni nell’accesso all’interruzione di gravidanza. Il nome “Jane” richiama lo pseudonimo utilizzato nella giurisprudenza statunitense per tutelare l’anonimato delle donne coinvolte in procedimenti sensibili, diventato nel tempo un simbolo delle battaglie femministe. È lo stesso nome con cui veniva indicata la ricorrente nella storica sentenza Roe vs. Wade, che per oltre cinquant’anni ha riconosciuto il diritto costituzionale all’aborto negli Stati Uniti.

Prima del ribaltamento di Roe, l’associazione assisteva le minorenni nel cosiddetto judicial bypass, la procedura che consente di ottenere l’autorizzazione di un giudice ad abortire quando manca il consenso dei genitori. «In sostanza, quello che Roe v. Wade ha stabilito nel 1973 era un diritto federale garantito a interrompere la gravidanza» spiega Lucie Arvallo, avvocata e attivista di Jane’s Due Process. I giudici ritennero giusto stabilire uno standard minimo: la possibilità di scegliere se interrompere una gravidanza prima della soglia di vitalità del feto. Non c’era dunque un termine preciso, ma ci si riferiva al momento in cui il feto può sopravvivere autonomamente al di fuori dell’utero. A giugno del 2022, la Corte Suprema ha emanato la sentenza Dobbs vs. Jackson Women’s Health Organization, con cui ha sostanzialmente eliminato quel diritto costituzionale. Oggi non esiste più una tutela federale minima e la questione è in mano ai singoli stati, che decidono se e in quale misura l’aborto sia praticabile entro i propri confini.

In Texas, lo smantellamento del diritto all’aborto è stato immediato, perché esistevano già leggi precedenti alla sentenza del 1973 (pre-Roe statutes). Arvallo spiega che venne semplicemente aggiunta una clausola che stabiliva che, pur non essendo applicabili in quel momento, sarebbero entrate immediatamente in vigore qualora Roe fosse stata rovesciata. Una di queste è l’Hyde Amendment del 1976, che vieta l’utilizzo di fondi federali per l’aborto salvo eccezioni molto limitate, rendendo l’accesso fortemente dipendente dal reddito.

Oltre alle cosiddette trigger laws (‘leggi grilletto’, che entrano automaticamente in vigore appena cade la precedente), esistono anche altre misure come Senate Bill 8, adottata nel 2021, prima della caduta di Roe vs. Wade. Questa legge, meglio nota come Fetal Heartbeat Actproibisce di interrompere la gravidanza dopo sei settimane, quando inizia a sentirsi il battito del feto. Come spiegano le attiviste di Jane’s Due Process, “battito cardiaco” è un’espressione stigmatizzante, usata dai movimenti anti-aborto: «Spesso si tratta semplicemente di attività elettrica e il cuore non è ancora completamente formato. Ovviamente si sceglie questa terminologia soprattutto per il suo impatto emotivo».

Il Senato ha inoltre inserito una disposizione sul “favorire o assistere” un aborto (aiding and abetting),costruita in modo peculiare. Non è lo stato a far rispettare il divieto, ma soggetti privati, legittimati ad agire in giudizio contro chiunque sia accusato o accusata di aver aiutato una persona ad abortire. La norma incoraggia di fatto la segnalazione e l’azione legale tra privati, trasformando l’applicazione del divieto in un meccanismo di enforcement civile. Questa architettura è stata pensata con l’obiettivo di rendere più difficili le impugnazioni costituzionali. I ricorsi per incostituzionalità, infatti, possono essere presentati contro lo stato. Se non è lo stato a far rispettare la legge, ma soggetti privati, individuare un convenuto pubblico diventa più complesso. Quando la disposizione è stata concepita, Roe vs. Wade era ancora vigente, e un divieto imposto direttamente dallo stato sarebbe stato quasi certamente oggetto di un ricorso costituzionale immediato. La scelta di delegare ai privati cittadini mirava proprio ad aggirare quel passaggio.

Con il ripristino di questo sistema, Jane’s Due Process e altre realtà hanno dovuto modificare drasticamente il proprio lavoro. «Prima potevamo finanziare direttamente le procedure abortive in Texas. Ora non è più possibile. Non possiamo pagare l’intervento né accompagnare le persone in un altro stato, perché rischieremmo di essere denunciate» spiega Arvallo. Oggi l’unica forma di sostegno possibile è aiutare le persone a spostarsi dal Texas per raggiungere altri stati, come il New Mexico e il Colorado, dove l’aborto è permesso. In questi anni, oltre trecento donne sono state aiutate a lasciare lo stato, coprendo il costo del viaggio, dei pasti e dell’alloggio.

«Noi lavoriamo solo con minori di 18 anni, molte sono già madri e vivono in condizioni di marginalità. Il Texas le considera abbastanza mature da crescere un figlio o una figlia, ma non abbastanza per decidere cosa fare con la propria gravidanza» raccontano le attiviste. Aggiungono che molte delle utenti non hanno mai preso un aereo e per abortire devono assentarsi dalla scuola per diversi giorni e viaggiare da sole.

Negli Stati Uniti l’aborto è criminalizzato in 13 stati. In Texas è prevista una sola eccezione, quando la vita della madre è in pericolo. Tuttavia, casi come quelli di Amanda Zurawski, Kate Cox o Samantha Casiano mostrano che, anche quando la vita della donna è in pericolo o il feto presenta anomalie letali, molti medici non intervengono perché temono sanzioni. Nemmeno lo stupro o l’incesto costituiscono eccezioni. Alcune ragazze che hanno chiesto aiuto a Jane’s Due Process hanno appena dodici o quattordici anni e sono sopravvissute a incesto o violenza domestica e, oltre al trauma subito, devono affrontare quello di lasciare la propria comunità per ottenere assistenza medica.

In ogni caso, non esiste una norma che criminalizzi l’aborto “in sé”, le leggi puniscono piuttosto chi lo pratica, chi assiste una donna nell’interruzione di gravidanza o le procura dei medicinali. Per chi non ha i mezzi economici o logistici per lasciare il Texas – o altri stati in cui l’aborto è fortemente limitato o vietato – rimane solo la possibilità di ordinare per posta le pillole abortive. 

L’associazione Plan C, la più nota, fornisce informazioni e accesso alle pillole tramite spedizione postale, fino alla tredicesima settimana. Queste organizzazioni operano spesso a livello internazionale o in giurisdizioni dove l’aborto è legale, e questo consente loro di spedire farmaci in tutti i cinquanta stati. In molti casi utilizzano tariffe proporzionate al reddito, riducendo i costi per chi non può permetterseli. Jane’s Due Process e altre associazioni texane non possono collaborare direttamente con queste realtà né indirizzare le donne, perché è sanzionato l’aiuto e il supporto logistico. Legalmente, è sicuro assumere queste pillole, ma un report del 2023 ha rivelato che diverse donne sono state denunciate da persone a cui avevano confidato di aver abortito o in seguito a controlli medici, per questo consigliano di dire di aver avuto un aborto spontaneo. La soluzione, quindi, è abortire sole e di nascosto.

Ma perché il Texas è così ossessionato dall’aborto? Secondo Arvallo, dovremmo superare lo stereotipo per cui è uno degli stati più conservatori. «Qualche giorno fa ho chiacchierato con un tassista di Uber, un uomo bianco, anziano, molto religioso e conservatore. Aveva lavorato per anni nel campo sanitario. Non si definiva “pro-aborto”, ma era scioccato dall’intervento repressivo del Texas, anche se siamo partiti da una posizione di totale disaccordo». Questo, racconta Arvallo, è l’atteggiamento più rappresentativo del texano medio. La cittadinanza si sente lontana dal processo legislativo, volutamente confuso, e spesso non ne condivide i risultati.

«Le persone comuni, stanche, sottopagate e sovraccariche di lavoro, raramente hanno il tempo o le risorse per partecipare o protestare. La realtà è molto più sfumata: le persone sono spesso pragmatiche e moderate, ma il legislatore non lo è». Questa immagine è in parte prodotta anche dal gerrymandering, cioè la manipolazione dei distretti elettorali: invece di essere suddivisi equamente in base alla popolazione, i confini vengono tracciati in modo politicamente strategico, facendo sembrare il Texas più uniformemente conservatore di quanto sia in realtà. Se la rappresentanza fosse equilibrata, lo stato apparirebbe molto più “viola” (politicamente diviso). I dati mostrano che la maggioranza delle persone texane sostiene l’aborto prima della soglia di vitalità fetale, in linea con ciò che stabiliva Roe vs. Wade.

Un’altra conseguenza visibile e preoccupante è che il Texas promuove un’educazione sessuale basata sull’astinenza, il governo statale è ostile ai fondi per l’aborto e le informazioni sui contraccettivi o sulle malattie sessualmente trasmissibili rimangono appannaggio di poche persone. «Stiamo vedendo sempre più giovani costrette a ricevere cure abortive in fasi più avanzate della gravidanza: questo aumenta la complessità dell’intervento e i costi. Se si ricorre all’aborto farmacologico entro le 12 settimane, in generale è molto più accessibile – intorno ai 1.200 dollari o meno. Ma oltre le 28 settimane i costi possono arrivare fino a 17.000 dollari» racconta Arvallo.

Spesso è la religione a essere utilizzata come giustificazione per politiche anti-aborto estremamente restrittive. Durante l’attuale sessione legislativa (che in Texas si tiene solo ogni due anni), organizzazioni religiose anti-aborto come Texas Right to Life propongono riforme e ricevono sempre più spazio, e soldi. Il gruppo religioso aveva proposto una legge (Senate Bill 2880) per criminalizzare l’uso di farmaci abortivi includendo la persona incinta, anche se l’aborto avviene in uno stato dove è legale. Ma secondo i principi costituzionali ordinari, uno stato non può esercitare giurisdizione su azioni compiute interamente in un altro stato – motivo per cui il Texas non può vietare ciò che avviene in Colorado o Nevada. La proposta è stata respinta, ma dimostra fino a che punto alcuni gruppi sono disposti a spingersi.

Ovviamente, la religione è la superficie del problema di questa guerra al diritto all’aborto. Le restrizioni si intrecciano con questioni di potere, controllo sociale sui corpi femminili, ruoli di genere tradizionali, strategie politiche e disuguaglianze economiche nell’accesso alle cure. La retorica religiosa offre una giustificazione morale immediata e mobilita il consenso, ma il conflitto riguarda più profondamente autonomia, diritti e controllo sociale. In Texas oggi il diritto non si misura nei tribunali federali, ma nei chilometri percorsi in autobus, nei giorni di scuola persi, nel silenzio imposto alle ragazze che imparano troppo presto che il proprio corpo è terreno politico.

Oggi la situazione nel paese è eterogenea. Sono 13 gli stati ad aver adottato il divieto totale di abortire (full ban), come il Texas, 5 stati vietano l’aborto dopo sei settimane, in 7 stati è regolamentato fino alla 22esima settimana, in 18 stati è legale prima della vitalità del feto e solo 8 stati garantiscono l’accesso senza limiti gestazionali.

Diversi stati stanno promuovendo iniziative referendarie, sintomo che il diritto all’aborto continua a essere al centro del dibattito pubblico, sia a livello statale che federale, e che non si esaurisce con gli interventi della Corte Suprema. In stati come il Montana esiste la probabilità che si voti su un emendamento che definisce la persona nella costituzione statale a partire dal momento della fecondazione dell’ovulo. In altri, come l’Oregon, notoriamente progressista, è in corso una raccolta firme per la tutela della contraccezione, dell’interruzione di gravidanza, il matrimonio tra persone dello stesso sesso e le cure di affermazione di genere.

In vista delle elezioni di metà mandato in autunno, non è ancora chiaro se il diritto all’interruzione di gravidanza tornerà centrale. I movimenti antiabortisti si sentono traditi da Trump, dopo che alcuni deputati repubblicani che quest’anno hanno votato con i democratici per un’estensione dei sussidi previsti dall’Affordable Care Act sull’utilizzo di fondi pubblici per finanziare l’aborto. Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione dell’organizzazione Susan B. Anthony List, ha dichiarato al Washington Post che ha in programma di spendere oltre 80 milioni di dollari nelle elezioni di quest’anno.

Proprio il caso avvenuto in Texas di Amanda Zurawski, che in seguito al rifiuto da parte dei medici di praticarle un aborto ha perso la capacità di avere figli, è diventato noto in tutti gli Stati Uniti. Mini Timmaraju, presidente di Reproductive Freedom for All, crede che il tema avrà una profonda influenza sul voto, come è successo nelle elezioni per il governatore della Virginia dello scorso anno e nelle elezioni per la Corte Suprema in Pennsylvania. Secondo chi sostiene l’aborto, molti elettori ed elettrici si sono accorte che limitare l’accesso alle cure è una grave compromissione del tessuto democratico, ed è anche su questo che i Democratici devono puntare.

(InGenere, 30 aprile 2026)