La lentezza del tempo desiderante
Laura Minguzzi
27 Marzo 2026
Vorrei portare la riflessione sul valore/disvalore in un’epoca storica. Che cosa è considerato valore sul piano non della realtà sociale ma sul piano simbolico. Di che cosa stiamo parlando quando parliamo di tempo? Faccio un passo indietro per capire cosa accade nel presente.
Negli anni Sessanta in Italia c’è stata una accelerazione dell’industrializzazione. Io ne sono stata coinvolta e l’ho compresa ripercorrendo sul piano simbolico la storia di mia madre1. Grazie alla pratica della Comunità di storia vivente, inventata da Marirì Martinengo2 e ispirata al pensiero sul “sentire delle viscere” della filosofa spagnola María Zambrano, ne ho disvelato lo strato profondo. Un deposito di memoria che giaceva non decifrato nella storiografia tradizionale che non tiene in considerazione l’esperienza femminile e nemmeno la racconta.
L’economia italiana si avviò allora sulla strada della modernizzazione industriale e avvenne una grande fuga dalle campagne con l’abbandono della terra, obbligato, per coloro che non erano in grado di adeguarsi al processo di meccanizzazione dell’agricoltura.
Mia madre, Eva, amava profondamente la terra, la coltivava con dedizione, ne traeva soddisfazione e guadagno. Portava i prodotti che lei stessa aveva seminato, curato e fatto crescere al mercato, quello che per lei era il mercato della felicità, perché il suo lavoro dava significato alla sua vita. Un’economia paziente che attende la maturazione e il momento opportuno. Nulla veniva buttato. Un tempo dell’economia domestica aperta al mondo forse un prototipo di ciò che oggi si chiama economia circolare. Con i soldi che ne ricavava, mi comprava i libri, tutto il necessario per la scuola, avendo intuito osservandomi, che amavo molto lo studio e la lettura e rispettando il mio desiderio mi sosteneva nel perseguirlo. Entrava con circospezione nella mia stanza e non mi chiedeva, se non in caso di estrema necessità, di aiutarla nei campi, nell’orto o in casa.
Con l’industrializzazione e la cultura della fabbrica, il lavoro della terra divenne un disvalore nella società e per mia madre fu una tragedia. Per lei aveva un valore simbolico. Un tempo desiderante che tocca la differenza femminile. Fu un’epoca di rivolgimenti tecnologici che portarono al prevalere dominante dello sfruttamento intensivo della terra. In questo senso ne soffrì mia madre alla pari di tutto ciò che fu marginalizzato, non rientrando nell’ideologia del progresso senza limiti del dopoguerra.
Il tempo non è vivere ma sopravvivere se non è un tempo desiderante. Senza desiderio non c’è politica delle donne. Io l’ho sperimentato nella sua profonda e agghiacciante verità quando nel 2003 è scoppiata la guerra in Iraq. È come se mi fosse caduto un mattone in testa. Ne fui tramortita.
Insegnavo lingua e letteratura russa al Liceo Linguistico Virgilio e avevo programmato scambi residenziali con un Liceo Linguistico di San Pietroburgo. Nel mio insegnamento della lingua avevo verificato che lo scambio nel contesto vivo del paese, nelle famiglie, nelle scuole era imprescindibile per apprendere l’uso corretto dei verbi. Il sistema verbale della lingua russa ha due aspetti, perfettivo e imperfettivo, una modalità che si differenzia dalla lingua italiana. L’aspetto imperfettivo riguarda l’azione nel suo processo, descrittiva o ripetitiva nel tempo, quello perfettivo comunica l’azione unica, irripetibile. Lo studio non solo teorico ma pratico nella realtà viva è importante per tutte le lingue straniere ma per la lingua russa in particolare è necessaria perché a tavolino è impossibile comprendere l’uso dei due aspetti suddetti. La guerra in Iraq interruppe il mio tempo propizio; la paura di partire in aereo prese il sopravvento e il tempo storico, scandito dalle guerre, interruppe il desiderio di intrecciare nuove relazioni e misurarsi con esse. Sono convinta che in questo assomigli alla politica delle donne, poiché con la pratica si fa politica del simbolico che è la sola che può portare a una trasformazione.
Oggi le cosiddette guerre lampo che poi sembrano non finire mai si moltiplicano. In Ucraina sembra cominciata ieri; la narrazione mediatica schiacciata sul presente dalla memoria corta ci fa essere in balia di manipolazioni e di una narrazione fallace e disorientante. Un tempo cronologico che tenta di imporre il proprio calendario al mondo, contrassegnato dai presunti “conquistatori” d’imperi, contrastato da un tempo desiderante, quello delle relazioni, della nascita dei desideri che combatte, cerca strade e inventa pratiche di autorità femminile, di libertà, di linguaggi e di connessioni per far prevalere logiche e tempi di pace.
Un flash di luce e di gioia. Improvvisamente ho ricevuto ieri da un’amica russa, Liudmila Levina, che vive a Mosca, un messaggio e delle foto su Whats App che risalgono a Capodanno. Da anni comunichiamo con questo strumento. A causa della censura per lo stato di guerra in atto dal 2022 era stato temporaneamente bloccato e non avevo più sue notizie. Sono state promosse diverse proteste contro i tentativi della Duma di eliminare i social occidentali a favore di una messaggistica nazionale, cosiddetta Max, ma per ora non c’è ancora un’interruzione totale e altre manifestazioni sono previste secondo le informazioni dei media indipendenti in esilio come Medusa e dello storico quotidiano di opposizione Nòvaja Gazieta.