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Quanto avrà contato nel successo del No il rifiuto e la paura della guerra devastante scatenata da Trump e Netanyahu, tanto più essendo al governo una alleata del capo americano che ha molto esitato a prenderne le distanze?

L’interrogativo girava nei primi commenti in tv mentre l’affermazione del No prendeva consistenza. Il risultato andrà analizzato attentamente, ma direi “a caldo” che ha avuto due aspetti positivi e rincuoranti.

La partecipazione inaspettatamente alta, che conferma l’attenzione molto diffusa anche tra chi si astiene dal voto politico quando si tocca la Costituzione. Non credo che fosse molto conosciuto il merito giuridico della faccenda, ma il modo in cui governo e maggioranza, e Giorgia Meloni nel suo “sprint” finale, hanno forzato e detto bugie grossolane senza aver mai minimamente cercato un accordo largo, come sarebbe necessario su temi costituzionali così importanti, deve avere insospettito e “mobilitato” gran parte di chi è andato a votare.

Il secondo credo proprio che sia il riemergere di una spinta popolare a reagire “politicamente” a una situazione sempre più segnata dallo scivolamento verso comportamenti autoritari e dal ricorso alla guerra nei suoi aspetti più aberranti: non solo nemici da sterminare, ma civili da terrorizzare, scacciare dalle loro case, distruggendo scuole, ospedali e centrali per l’energia, affermando la forza fuori da qualunque regola e “diritto” internazionale. Dall’Ucraina al Medio Oriente, e in tante realtà che nemmeno si nominano.

Non è un caso che si annuncino nei prossimi giorni nel nostro paese varie iniziative contro la guerra e a favore della pace.

Ne segnalo una, coordinata con le altre, lanciata all’inizio da un gruppo di femministe siciliane, ma ora estesa già a 150 città e paesi su tutto il territorio nazionale: sabato prossimo, 28 marzo, la rete nazionale “10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace” porterà in tantissimi comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, in presidi contro la guerra, creazioni frutto dell’arte della tessitura: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale.

«Cucire – si legge nel comunicato della rete – ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra».

«Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata – scrivono ancora le organizzatrici – sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale».

Che si tratti di “uomini” a produrre questa deriva violenta verso l’altro considerato nemico, ma inesorabilmente anche autodistruttiva (ne stanno diventando vittime anche le “nostre” democrazie, e le culture politiche che le hanno sostenute), non è detto casualmente. Certo vediamo oggi anche donne che seguono questa tendenza all’annientamento di ogni umanità (del resto il patriarcato si è retto per secoli anche sul consenso femminile. Ma ora non più).

Sono state donne, nella lunga ondata del femminismo, a dimostrare che si può tessere una politica capace di cambiare le nostre vite, esercitando anche conflitti radicali, ma senza giungere alla violenza che la vita la toglie all’altro.

(il manifesto, 23 marzo 2026)