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Qualche anno fa, in un mio libro sulla vita quotidiana1, denunciavo la frammentazione che caratterizza la nostra quotidianità, fatta di tempi veloci – quando scriviamo una email al computer, ad esempio – e di tempi esasperatamente lenti, come quando dobbiamo spostarci in auto e siamo imbottigliate nel traffico. Oggi, soprattutto per le giovani donne, mi sembra che il problema non sia tanto quello della frammentazione, quanto piuttosto dell’accelerazione: c’è la coazione a sfornare sempre nuovi progetti, se si vuole che siano accettati dall’università o da altre istituzioni.

Ma soprattutto, e questo è ancora più grave, la governance neoliberale chiede di essere sempre attive, efficienti, propositive, in un’ingiunzione di efficienza costante e crescente che è assolutamente insostenibile2: infatti, molte e molti, come reazione a questo imperativo, non si sentono all’altezza, avvertono un senso di deficit, vivono una sensazione d’inadeguatezza, che si traduce spesso in un disagio depressivo3.

Criticando l’accelerazione coatta che il neoliberismo promuove, in realtà parlo contro me stessa: io sono sempre stata veloce, con una risposta immediata agli stimoli, e neppure l’età, ormai anziana, che dovrebbe indurre a un ritmo più lento, mi ha cambiato in questo. Continuo a essere veloce, a sbrigare subito le incombenze, soprattutto le più antipatiche, in attesa di un tempo finalmente libero e rilassato, che però in realtà non arriva mai. Più ancora dell’accelerazione, trovo insostenibile l’ingiunzione all’efficienza e alla propositività costanti e crescenti: efficienti e propositive possiamo esserlo talvolta, in certi periodi più che in altri, ma sicuramente non sempre.

Nel mio libro a cui accennavo prima, come strategie per mantenere viva la propria soggettività io indicavo il filo del racconto e la capacità di cogliere l’occasione opportuna, il kairòs, il tempo propizio se e quando questo si presenta. Vorrei soffermarmi brevemente su questi due aspetti, aiutandomi con il pensiero di Simone Weil, un’autrice che insegna a sottostare alla dimensione del tempo e a non sottrarvisi con l’immaginazione, la cui fuga dalla catena temporale è secondo lei assolutamente illusoria e deleteria. Alludendo alla catena del tempo, Weil fa riferimento al tempo cronologico, lineare, benché nel suo pensiero sia contemplato anche un tempo ciclico, ritmico, sperimentato a partire dall’esperienza di essere corpo, con i suoi ritmi in sintonia con il succedersi delle stagioni e con il cosmo intero4.

L’esperienza più drammatica del tempo Simone Weil la visse nel periodo del lavoro in fabbrica, come operaia, dal 1934 al ’35. Negli anni Trenta il lavoro di fabbrica era a cottimo o alla catena di montaggio; dominavano il taylorismo e il fordismo. Fu un’esperienza tragica per lei, quella di un tempo-cadenza privo di qualsiasi vuoto o intervallo, un tempo incalzante che toglieva il respiro e che costringeva il corpo e la mente a una cadenza insostenibile. A questo tempo disumano, Weil contrappose il tempo-ritmo, in cui avrebbero dovuto esserci delle pause, degli intervalli, dei vuoti, nei quali poter inserire l’iniziativa umana, l’inventiva, il pensiero5.

Oggi non ci sono più il taylorismo e il fordismo, e non sono nemmeno più così centrali le grandi fabbriche, che negli anni Trenta e Quaranta erano al centro della produzione. Oggi c’è piuttosto, come ho già accennato, un’organizzazione del lavoro neoliberale, la quale però a sua volta produce molti danni. Le costrizioni nel lavoro non sono venute meno, ma hanno cambiato forma: c’è un lavoro che tende a fagocitare tutto il tempo di vita e che è caratterizzato da un’accelerazione inquietante e dall’imperativo dell’efficenza a tutti i costi. La richiesta di velocità e lo scarso rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro contribuiscono infatti all’altissimo numero di “morti bianche”, agli incidenti mortali quasi quotidiani nei luoghi di lavoro.

Contro la velocità, da lei vissuta in fabbrica come cadenza insostenibile, Simone Weil prende posizione non solo direttamente, ma anche indirettamente, elogiando nei Quaderni ciò che è l’opposto della cadenza incalzante: lei valorizza l’attesa vigilante e l’attenzione come disposizioni che richiedono tempo, un tempo lento e molta pazienza.

Un modo di tenere viva la propria soggettività è quello di affidarsi al filo del racconto: è importante raccontare ad altre degli spezzoni della propria storia; penso anche al racconto intermittente di noi stesse che possiamo fare in un diario, una pratica che per me è quotidiana. Il racconto di un pezzo della propria esperienza è prezioso anche per il lavoro teorico, per la discussione comune, ad esempio in Diotima: è prezioso perché da un racconto emergono molti più elementi, molti più vissuti, di quelli che scaturirebbero da un’affermazione puramente teorica. Un racconto, qualsiasi esso sia, ha in ogni caso a che fare con il passato, sia esso più o meno recente.

Il femminismo, a partire da Carla Lonzi, ha puntato soprattutto sul presente, sul qui e ora della presa di coscienza delle donne: “Noi viviamo questo momento e questo momento è eccezionale. Il futuro ci importa che sia imprevisto piuttosto che eccezionale”6. Benché il passato delle donne, nel patriarcato, sia stato soprattutto la storia di una lunga oppressione, tuttavia rivisitare con la memoria un passato più recente, quello della propria vicenda personale, ormai libera dalle costrizioni patriarcali, può essere utile e fecondo.

Weil viene in aiuto in questa valorizzazione del passato, perché lei ritiene che il passato sia la dimensione del tempo che maggiormente si avvicina all’eternità. Scrive infatti: “Il passato – quando l’immaginazione non vi si compiace – è il tempo che ha il colore dell’eternità. Il sentimento della realtà è allora puro; ed è questa la gioia pura. È questo il bello. Proust. Il presente, vi siamo attaccati. Il futuro, lo fabbrichiamo nella nostra immaginazione. Solo il passato, quando non lo rifabbrichiamo, è realtà pura.”7

Dunque, rivivere con il filo del racconto un avvenimento passato, una sensazione, un vissuto, a patto di non deformarli né abbellirli – Weil anzi raccomanda di soffermarsi soprattutto sui propri errori passati, sulle umiliazioni, sulle manchevolezze – è ciò che più ci avvicina all’eterno. E al bello. Il riferimento alla madeleine di Proust, al sapore d’infanzia ritrovato, è eloquente in questo senso.

Il secondo spunto riguardo al tempo che vorrei riprendere concerne il kairòs, il tempo propizio, opportuno: può essere l’occasione di un incontro importante, che dà senso a una giornata e talvolta all’intera vita. Anche in questo caso, Weil può essere di aiuto, in quanto l’attesa che lei raccomanda è un’attesa vigilante, desta, attenta: per esercitarla, dobbiamo mettere fra parentesi il nostro io e prestare attenzione agli altri, alla realtà, all’occasione propizia che si presenta e che occorre cogliere al volo. Solo se siamo capaci di un’attenzione vigile, non orientata verso qualcosa che ci aspettiamo, un’attenzione recettiva e aperta, disponibile a tutto, simile a quella dei bambini, possiamo afferrare l’occasione che capita, essere capaci di accoglierla.

Infine, vorrei chiudere con un breve riferimento al romanzo di Virginia Woolf, Mrs Dalloway. Qui, ci sono tre tempi diversi: al centro c’è il flusso di coscienza della protagonista, il suo sentire, la sua soggettività, dal mattino, quando esce per comprare dei fiori, fino alla sera, quando dà una festa. Sullo sfondo, c’è il tempo cronologico, scandito nel romanzo dai rintocchi del Big Ben. C’è infine il tempo storico, che nel romanzo irrompe con la figura di Septimus Warren Smith, reduce della prima guerra mondiale e traumatizzato da quest’ultima fino al punto da impazzire e da togliersi la vita8.

Richiamo questi tre tempi perché anche oggi noi li viviamo. Parto dall’ultimo, dal tempo storico: il rumore di guerre più o meno lontane ci raggiunge quotidianamente e ci getta per lo più in una sensazione di paralizzante impotenza. Ricordo che non ci sono solo le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, e ora, dopo il dissennato attacco degli Stati Uniti e d’Israele, anche in Iran, ma che oggi sono attivi 56 conflitti armati nel mondo, il numero più alto dal secondo dopoguerra, con una quantità enorme di vittime, di feriti, di sfollati e di rifugiati.

Il tempo degli orologi, il tempo cronologico ovviamente fa sempre il suo corso, scandisce con oggettività tempi che per noi, nel vissuto, possono apparire veloci o lenti.

Infine, c’è il tempo dell’elaborazione interiore, che Woolf affidava al flusso di coscienza di Mrs Dalloway. A questo proposito mi chiedo: ci concediamo ancora il tempo per elaborare i nostri vissuti, magari anche per condividere con altre/i questa traccia interiore? L’accelerazione neoliberista non sembra favorire questo. Eppure soprattutto per le donne, che hanno un’interiorità più larga e più accogliente, l’elaborazione dei loro vissuti mi sembra una necessità esistenziale. Coltivarla con il ricordo, in un diario e nello scambio con altre è qualcosa di vitale e, a mio avviso, di imprescindibile. Nonostante l’accelerazione a cui siamo indotte, dobbiamo concederci il tempo per questo, per non perdere il filo di noi stesse.

    

  1. Cfr. il mio Oggi è un altro giorno. Filosofia della vita quotidiana, Liguori, Napoli 2011, pp. 95-101. ↩︎
  2. Contro il neoliberalismo, a partire dal femminismo della differenza sessuale, cfr. Tristana Dini, Stefania Tarantino (a cura di), Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, Natan Edizioni, Roma 2014. ↩︎
  3. Cfr. Alain Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, tr. it. di Sergio Arecco, prefazione di Eugenio Borgna, Einaudi, Torino 1999. ↩︎
  4. Cfr. il mio Simone Weil, Esperienza religiosa, esperienza femminile, Liguori, Napoli 1997, pp. 43-57: “Cosmo: l’esperienza di essere-corpo”. ↩︎
  5. Cfr. Simone Weil, La condizione operaia, tr. it. di Franco Fortini, introduzione di Roberto Morpurgo, Mondadori, Milano 1990, Ead., Diario di fabbrica, tr. it. a cura di Maria Concetta Sala, introduzione di Giancarlo Gaeta, Marietti, Genova 2015. ↩︎
  6. Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, in Ead., Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1974, p. 46. Cfr. anche ivi, p. 61: “Non esiste la meta, esiste il presente. Noi siamo il passato oscuro del mondo. Noi realizziamo il presente”. ↩︎
  7. Simone Weil, Quaderni, vol. III, tr. it. a cura di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1988, p. 98. ↩︎
  8. Cfr. Virginia Woolf, La signora Dalloway, tr. it. di Alessandra Scalero, Mondadori, Milano 1989. ↩︎