Manuale di comicità femminista
Chiara Nielsen
28 Febbraio 2026
Qual è il posto delle donne nel mondo della comicità? Perché fanno ancora fatica ad affermarsi pienamente? È da queste domande, insieme personali e politiche, che nasce Piccolo manuale di comicità femminista di Luisa Merloni, pubblicato da Einaudi. Attrice e autrice teatrale, Merloni, che potete ascoltare e vedere nel suo spettacolo Aristoteles Bermuda, disponibile su YouTube*, intreccia ricordi di formazioni, genealogie familiari e riflessioni teoriche per mettere in discussione l’idea che il talento sia un dono naturale e per mostrare come la risata femminile sia stata a lungo una pratica sotterranea, domestica e relazionale. Nel libro incontriamo figure come Santippe, Franca Valeri, Monica Vitti, ma anche Carla Lonzi, Judith Butler e bell hooks. Figure che ci aiutano a capire quando la comicità rafforza gli stereotipi e quando invece li sovverte. Merloni firma un saggio brillante e personale che usa l’ironia per interrogare il potere e per chiedersi se non sia arrivato il momento di riscrivere le regole stesse del gioco.
Parliamo di Piccolo manuale di comicità femminista con l’autrice Luisa Merloni.
Questo libro nasce proprio da una serie di incontri e dalla mia prima pratica artistica, perché il primo testo che ho scritto come autrice affrontava il tema della maternità e per affrontare questo tema mi sono imbattuta in molti testi femministi in tarda età, a 40 anni esattamente. Quindi il mio lavoro di autrice che stava nascendo insieme a queste letture e le letture stesse si sono proprio intrecciate. In qualche modo ho cominciato a scrivere e la mia scrittura comica ha preso un po’ questa strada a partire anche da alcuni concetti che il femminismo ci ha portato. Un altro elemento è stato l’insegnamento: ho iniziato a fare dei corsi di scrittura comica dedicati a sole donne e questa particolarità mi ha fatto riflettere e anche lì la comicità, il femminismo per me anche a livello più teorico, dovendo passare ad altre persone, ha iniziato a occupare i miei pensieri. Nello sforzo di unire queste cose per poi produrre qualcosa però di pratico, quindi direi nella pratica è nato questo libro.
Parafrasando Simone de Beauvoir dici che comiche non si nasce lo si diventa, cosa vuoi dire con questa frase?
Intendo dire intanto che anche il soggetto donna comica è un po’ un soggetto imprevisto, cioè non era qualcosa che ci potevamo aspettare. Questa riflessione mi ha fatto rovesciare l’idea che con il senso dell’umorismo si nasce, che è qualcosa di rarissimo, che hanno solo delle persone specialissime. Invece per me la comicità è uno sguardo che si decide di avere anche sul mondo, un punto di vista che diventa così consistente da diventare provocatorio, anche da mettere in discussione l’esistente, quello che ci vediamo davanti e ovviamente nel caso di una femminista, ovviamente, il patriarcato.
La comicità nel suo giocare con gli stereotipi può essere conservatrice, può rafforzare alcuni luoghi comuni, per esempio la famosa moglie bisbetica che da Santippe arriva fino alla Sandra Mondaini dei famosi sketch televisivi con il marito Raimondo Vianello. Come si possono invece usare gli stereotipi per farla diventare sovversiva?
La comicità ovviamente fa un grande uso dello stereotipo, non ne deve neanche avere paura perché ormai nella nostra mente lo stereotipo ha un’accezione un po’ negativa: è effettivamente una semplificazione ma anche uno strumento, uno strumento importante, che però in alcuni casi, come quello della moglie bisbetica, bisogna risignificare. È un’operazione che passa intanto attraverso la consapevolezza, cioè rendersi conto che la moglie bisbetica non è un fatto di natura, ma di cultura; che è stato creato come semplificazione molto strumentale per tenere anche, secondo me, bassa la tensione tra i sessi. È uno stereotipo fortunatissimo che non riusciamo in nessun modo a toglierci di torno, molti comici ancora oggi ne fanno un grandissimo uso. Per farla diventare sovversiva intanto ce ne dobbiamo appropriare, questa è una cosa molto importante; non bisogna rifiutare i stereotipi che ci riguardano e che ci imbrigliano perché altrimenti ne finiamo, secondo me, doppiamente vittime.
Dobbiamo intanto osservarlo, riconoscerlo anche quando lo mettiamo in atto noi stesse nell’osservazione delle altre donne, di noi stesse nella dimensione dell’intimità della relazione e quindi piano piano la moglie bisbetica può diventare una grande alleata anche della comicità femminista. Secondo me bisogna proprio andare a fondo in questo processo, non avere paura anche di riconoscersi ogni tanto come delle “santippe”, anche noi nel nostro piccolo.
Lo accennavi all’inizio, il tuo libro è pieno di riferimenti teorici e analitici raffinati, penso in particolare al pensiero teorico femminista, a tutte le autrici che abbiamo citato prima, ma è altrettanto pieno di riferimenti culturali molto più pop, da Totò e Peppino alla Sora Cecioni di Franca Valeri o anche a Massimo Troisi, tanto per restare in Italia. In quale modo riesci a fare dialogare questi registri così diversi nel libro?
Passando credo attraverso una mia esperienza personale, agganciandoli alla mia vita; gli incontri reali della mia vita e quelli virtuali in questo libro sono proprio sullo stesso piano, hanno lo stesso valore, quindi è riportare anche quel sentimento che nasce quando noi scopriamo qualcosa, partecipiamo di un’arte.
Partire anche da che cosa ho provato quando vedevo i film di Totò da bambina, cosa ho provato quando mi sono messa a leggere questi testi teorici che a volte sono anche di difficile lettura. Per me questa è una cosa molto importante e ti ringrazio anche di questa domanda perché secondo me una cosa che hanno in comune anche la comicità e il femminismo è proprio di far saltare un po’ anche delle regole culturali tra l’alto e il basso e cominciare a unire queste categorie che ci portiamo dietro a volte anche inconsciamente. Entrambe le due pratiche, mi vien da dire, della comicità e del femminismo sono spesso marginalizzate come o filosofia minore per quanto riguarda il femminismo o arte minore per quanto riguarda la comicità. Io invece credo che bisogna proprio sforzarci anche noi intellettuali più engagé, autodenunciamoci in quanto tali, in modo da non rinchiuderci in una torre d’avorio, non percepirci cultura alta, ma invece essere sempre molto attenti a quello che succede nella cultura pop, non pensarli come mondi separati che non dialogano. Intanto farli dialogare, nel mio caso proprio con il corpo, nel senso che attraverso gli spettacoli questa cosa della comicità aiuta molto perché la comicità comunque ha un affondo sempre nel mondo popolare, nel basso, anche quella che si sforza di essere raffinata. Parto a volte dai concetti quando scrivo i testi comici quindi assolutamente non mi nascondo in questo senso, ma nel corpo queste cose dialogano comunque.
Un altro punto molto interessante che tocchi è quello del famigerato “non si può più dire niente”, o meglio, come recita il titolo di un capitolo del tuo libro, “non si può più dire tutto”, cioè il rapporto tra comicità e libertà di espressione, credi che il cosiddetto politicamente corretto sia veramente una minaccia per la comicità?
Assolutamente no: questo è stato il capitolo del libro su cui ho dovuto riflettere di più di tutti, e vorrei anche superare proprio questa definizione, mi auguro che tra un po’ non diremo più il “politicamente corretto” ma cambieremo proprio termine. Lo potremmo definire una trasformazione di percezione, un aumento della nostra consapevolezza di dove ci troviamo quando scriviamo comicità, quando scriviamo qualsiasi cosa.
La consapevolezza del nostro luogo, del nostro posto nel mondo, cioè situarci da un punto di vista politico, da un punto di vista di classe, di privilegi, per capire se anche la nostra parola, quando colpisce uno stereotipo, che cosa vuole colpire a partire da dove mi trovo.
Questa riflessione ormai secondo me è imprescindibile, mi auguro che piano piano anche chi fa più resistenza perché magari la percepisce inizialmente come un limite, e questo io lo comprendo perché anche io mi rendo conto che se vado a rivedere delle cose che ho scritto 5-7 anni fa, la mia consapevolezza era sicuramente minore di quella che ho ora, quindi io penso che questo processo basta volerlo, desiderarlo, abbracciarlo.
Soprattutto se ci si pensa in un certo senso progressisti, secondo me questa cosa non si può più tanto evitare, e la paura che sia una diminuzione, un depotenziamento proprio dell’aspetto della comicità più affilato, più graffiante, credo non sia un problema perché ci sono veramente infinite possibilità di fare una battuta.
Invece non ci siamo mai posti abbastanza il problema di quanto la comicità abbia anche un potere, un potere politico non indifferente secondo me, di o riconfermare l’esistente e quindi diventare un po’ conservatrice, per non dire reazionaria, in alcuni casi proprio estremamente retrograda. Oppure di essere un modo di mettere in discussione i nostri modi di vedere, i nostri stereotipi, i nostri luoghi comuni culturali, in questo la comicità è proprio in un luogo privilegiato.
*https://www.youtube.com/watch?v=zhPnt5q0svA
(Il Mondo cultura, podcast per abbonate/i di Internazionale, 28 febbraio 2026)