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Cristina Campo scrive che esistono due mondi, lei viene dall’altro. “Mondo celato al mondo”, ecco perché non a tutti e tutte è dato comprendere. “Compenetrato” ma allo steso tempo “ignoto” al mondo. Cosicché per arrivarci davvero bisogna avere il desiderio e il coraggio di farsi attraversare dalla resistenza incarnata da una materia altra[1].

In questa situazione di straniamento e di disagio, c’è un verso di una famosa poesia di Wisława Szymborska, Ritratto di donna, che sono andata a cercare perché rimanda a una situazione di alterità e insieme di cammino: la fatica di essere compressa tra tante definizioni e mancanze apre, infine, spazio alla creazione. Sintetizza ciò che vorrei provare a dire sul tema della diseguaglianza economica, dello scambio sessuo-economico nonché sulla imprendibile, imprevedibile potenza delle donne, nonostante tutto.

Non sa a che serva questa vite, e costruirà un ponte.

Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka
[2].

Non intendo aggiungere un vero e proprio parere sul caso Epstein, dopo tante analisi di molte opinioniste importanti e intelligenti, per esempio, Maddalena Fragnito e Carlotta Cossutta, tra le altre.

Certamente, l’odierna guerra (28 febbraio 2026) contro l’Iran decisa da Trump, mentre i colloqui diplomatici erano ancora in corso a Ginevra, ha anche, tra altre ragioni imperiali, il significato di distrarre questo mondo dal terrificante affaire di uso e scambio di donne e bambine che coinvolge tutti i grandi del mondo e di stornare lo sguardo dello spettatore dagli “orrorifici cataloghi”[3] che ci tormentano, insieme a una sensazione di impotenza, di vivere “destini vicari” sui quali abbiamo perso il controllo. Intendo, come del resto intendeva Campo, il “destino” come immanenza affermativa che richiede sempre forme di sperimentazione e di relazione con altri corpi e affetti.

La vicenda Epstein si è arricchita della testimonianza imbarazzante di Clinton, con la solita, instancabile, Hillary che difende il marito e che rilancia, chiedendo di “ascoltare Trump sotto giuramento”. La scorsa settimana si erano avuti l’arresto (per 24 ore) di Andrea Windsor-Mountbatten, nonché dell’ex ambasciatore britannico negli Usa, Peter Mandelson. Non facile, certo, aggirarsi tra l’immensa mole di file desecretati in corrispondenza con una lunghissima indagine giudiziaria sul finanziere statunitense. Ma c’è un sito che simula Gmail, costruito da due sviluppatori, dove si trovano raccolti tutti gli scambi di Jeffrey Epstein sotto forma di semplice casella di posta elettronica. Per quanto mi riguarda, Epstein che consiglia a Larry Summers – ex segretario del Tesoro Usa e celebre economista, docente ad Harward, dimessosi dal suo ruolo nel consiglio di amministrazione di OpenAI dopo lo scandalo – di leggere il libro di Helen Fisher, Anatomia dell’amore[4], perché potrebbe “trovarlo divertente” mi è sembrato sufficientemente significativo e mi è bastato. Davvero tragicamente divertenti.

Detto ciò, vorrei insistere su un tema che ha a che vedere con questa storia. In parte mi sono convinta ad aggiungere qualche riga grazie alle, per me fondamentali, suggestioni derivanti da ciò che ha detto e poi scritto Ida Dominijanni.

Come è già stato notato, tutte e tutti noi viviamo in un mondo dove il controllo generale delle risorse materiali e simboliche, nonché dei mezzi di produzione e, ovviamente, del potere e del governo, con ciò che ne deriva in termini di repressione e di punizione, tende a rimanere nelle mani degli uomini. Paola Tabet[5] ha analizzato come le relazioni tra uomini e donne simulino i rapporti di classe. Le donne, nella maggioranza dei casi, stanno più in basso nella scala sociale, gerarchica e nella distribuzione dei redditi rispetto agli uomini.

Nonostante, come suggerisce Szymborska, le donne sappiano, se lo vogliono, costruire un ponte con una vite mai vista prima (le viti hanno una maggiore resistenza alla trazione), la concentrazione di capitali inestimabili, soprattutto nel settore hi-tech, rimane fortemente sbilanciata a favore degli uomini, mantenendo una distanza abissale tra il primo uomo e la prima donna in classifica ai vertici della ricchezza mondiale.

Se consideriamo alcune statistiche appena uscite[6], in termini generali la situazione lavorativa e retributiva delle donne italiane dimostra che sono più disoccupate, più precarie, più costrette a scegliere di lavorare part time per gestire anche casa e famiglia, che guadagnano circa il 30 per cento in meno rispetto agli uomini. Aggiungo che se si includesse il valore del lavoro domestico e di cura (non retribuito), il reddito orario effettivo delle donne crollerebbe al 32 per cento di quello degli uomini.

Insomma, non voglio stordire con i dati ma insistere sul fatto che questo determinante fattore di diseguaglianza va tenuto al centro. Anche perché, con buona pace del presidente Meloni, non si sta affatto migliorando, anzi. Secondo il World Economic Forum, l’Italia è all’85° posto nelle analisi comparative per disparità di genere tra 147 paesi, ultima tra tutti i Paesi europei, mentre per quanto riguarda la partecipazione economica e le opportunità delle donne (differenza tra i generi nel mercato del lavoro, inclusi tassi di occupazione, stipendi e posizioni di leadership), va anche peggio e siamo alla 117ᵃ posizione [7].

Si deve aggiungere, inoltre, che nel capitalismo contemporaneo l’assioma del denaro e del profitto non paiono conoscere limiti, da cui la riattualizzazione e riformulazione del concetto di capitalismo antropomorfo che integra consumo e riproduzione, mirando a un assoggettamento sempre più intimo dell’individuo. E, nel buio di questa era, inserirei anche la nozione di capitalismo perverso che penetra sadicamente e contagia la soggettività, trasformandola a propria immagine e somiglianza.

D’altro lato, proprio la logica imperante di guerra totale, pervasiva, ininterrotta, per quanto “a pezzi”, che imprigiona questi tempi ci fa pensare a quanto la stessa categoria di umanità vacilli, soverchiata dalle armi, dalla violenza e dalla morte, dal riemergere – dagli orrori della storia – della attrazione per la distruzione di un intero genos, una intera stirpe, ritenuta nemica, nociva, rivale.

Se il quadro è questo, se la guerra, senza frase, senza trattativa, senza legge, senza appello, costruisce l’ordine del discorso contemporaneo, mi pare chiaro che, pur non nominando il patriarcato, siamo di fronte a un evidente regresso delle forme della socialità maschile e di involuzione nella costruzione sociale della virilità.

Non sostengo che esista un continuum senza crepe del dominio maschile dalla antichità al presente, ma in questo clima, e poiché le donne sono più povere, più in basso nella piramide sociale, più dipendenti, il carattere strutturale della mediazione del denaro nelle relazioni tra uomini e donne non può essere ignorato. Poiché, tra l’altro, proprio il denaro è alla base di questo rinnovato istinto bellico ed esso è più che mai forma di conferma del potere e con ciò di validazione sociale della virilità maschile. Striscia fuori dalla cripta il mito dell’uomo forte, guerriero, in divisa, del potente tra i potenti, con una intera isola di proprietà a disposizione. Si ripropone il nodo, mai veramente sciolto, del dover incarnare questi modelli per essere “veri maschi”, il cui sbandierato obiettivo è anche quello di salvare (e sottomettere) le donne oppresse dagli avversari.

Su tali aspetti è stata lucida e anticipatoria l’analisi di Ida Dominijanni nel libro Il Trucco, che ha individuato, già in epoca berlusconiana, la necessità di accettare per alcune donne:

“prestazioni relazionali più che affettive e sessuali; investimento su di sé più che resa al desiderio maschile connessi alla femminilizzazione postfordista del lavoro, senza per questo considerarlo un mestiere come un altro e anzi escludendo di trarne piacere o soddisfazione […]. Interna alla logica di mercato che orienta la sua vita, e alla logica del contratto che spaccia per scambio tra eguali ciò che immancabilmente si rivela uno sfruttamento tra diseguali” [8].

Da cui la necessità, tra altri imperativi, di essere giovane, per sempre giovane. Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane. Sollecitare il desiderio, non smettere di solleticare un rituale sessuale, di attrarre la fantasia e l’aspirazione maschile. Anzi, se possibile, essere sempre più giovani. E, ritornando al punto, naturalmente, non avere denari propri, essere sedotta da quelli altrui, doversene procacciare in ogni modo. Il problema che resta alla donna è immancabilmente avere soldi suoi per un viaggio lungo e lontano.

L’altro lato di questo racconto è, però, la possibilità della parola femminile di sgretolare sistemi, come è già successo in molti simili scandali sessuali.

Accade al potere di essere talmente preso da sé stesso da non accorgersi dei propri smottamenti. I quali potrebbero, ancora una volta, arrivare non da innovazioni straordinarie nelle tecnologie del sistema bellico prodotte da una delle parti in causa, nemmeno dal controllo completo delle fonti energetiche, ma da sottrazioni, smascheramenti, imprevisti “banali e fatali che d’un colpo gli strappano l’aura togliendo il monopolio della narrazione della realtà: ma non è un imprevisto inspiegabile”[9].

Ritorno allora all’estraneità sentita e vissuta con cui ho iniziato questo commento che nasce dal rifiuto di un incerto e violento assetto e dal desiderio di un mondo differente. Il desiderio è infatti, notoriamente, socialmente costruito, e un primo obiettivo sarebbe quello di fare respirare e coltivare altre modalità del desiderio. Anche per/tra gli esseri umani di sesso maschile.

Inoltre, se un ordine non esiste più non è detto che sia un male per forza per tutti e tutte, in tutti i sensi. Il femminile è rottura e il sistema che osserviamo non è frutto di nostre decisioni. Va abbandonata la nostalgia per ciò che è stato, evitando anche di farci fagocitare dalle immagini del presente. Siamo forti della consapevolezza che la riproduzione della vita ci allaccia a una profondità temporale che è capace di unire molti piani. È proprio quella che ci insegna le sorprendenti, infinite, possibilità del divenire, delle relazioni e dei corpi. Alla ricerca di nuove vie d’uscita, sempre alla ricerca di libertà.

Portiamo con noi una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.

NOTE

[1] Cristina Campo, “Diario bizantino” in La tigre assenza, Adelphi Editore, Milano 1991, p. 45.

[2] Wisława Szymborska, “Ritratto di donna”, da “Grande numero” (1976), in Wisława Szymborska, La gioia di scrivere., Tutte le poesie (1945-2009), (traduzione di Pietro Marchesani), Adelphi Edizioni, Milano 2009.

[3] Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi Edizioni, Milano 1987, p. 113.

[4] Helen Fisher, Anatomy of Love: A Natural History of Mating, Marriage,and Why We Stray, W. W. Norton & Co Inc, New York, 2016.

[5] Paola Tabet, Le dita tagliate, Ediesse, Roma 2014.

[6] Si veda in particolare il, Rendiconto di genere Inps uscito il 24 febbraio 2026. Utili confronti si possono ricavare con Inps – Rendiconto di genere 2024 ed Eurostat, Occupazione, statistiche annuali, Rapporto 2024.

[7] Word Economic Forum, Rapporto globale sul divario di genere, Analisi comparativa dei divari di genere, 2025

[8] Ida Dominijanni, Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Ediesse, Roma 2014, p. 79.

[9] Ivi, p. 71.

(Effimera, 3 marzo 2026)