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Voglio parlare della mia esperienza in un ambito in cui l’intelligenza artificiale ha avuto un forte impatto: la traduzione. Ho insegnato questa materia per anni e ho tradotto in tedesco molti testi della Libreria delle donne e di Luisa Muraro. Da qualche tempo la mia attività didattica è terminata, e lo dico con un certo sollievo perché vedo come le professioni nel settore della mediazione linguistica cambiano con ritmi vorticosi e richiedono sempre più competenze tecnologiche: infatti, oggi non si formano più semplicemente traduttrici e traduttori, per essere competitivi ci vuole il Master per AI-Empowered Linguists (linguistipotenziati dall’IA).

Non è che la ricerca e la pratica di integrare lingue e tecnologia sia una cosa recente; da decenni sono stati sviluppati strumenti di traduzione assistita come glossari elettronici, risorse terminologiche per la comunicazione internazionale, soprattutto a livello UE. Le traduzioni prodotte per la comunicazione in tutte le 24 lingue ufficiali mi sembravano sempre piuttosto “brutte”, standardizzate e semplificate, tutte ricalcate sull’inglese. In un certo senso chi traduceva per l’UE aveva già anticipato ciò che l’intelligenza artificiale fa oggi: per togliere ambiguità dai testi e per garantire la coerenza tra migliaia di documenti, si usa un linguaggio del tutto asettico, il “translationese”.

Dalla traduzione assistita si è poi passato alla traduzione automatica che consente di tradurre istantaneamente grandi volumi di contenuti in modo rapido, all’insegna della velocizzazione e dell’aumento della produttività in quella che ormai è una vera e propria industria linguistica. 

Ancora qualche anno fa io mi tranquillizzavo dicendo: non saranno mai in grado di tradurre testi complessi, testi letterari, allusioni, polisemie… Ho dovuto ricredermi e riconoscere la mia ingenuità di allora. «Tradurre tutto? Davvero?» «Sì. Tutto». Questo è quello che promette una grande piattaforma di traduzione, ammettendo però che si tratta di un obiettivo non del tutto raggiunto ma abbastanza vicino grazie alle tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale generativa. 

Ed effettivamente si ottengono risultati notevoli, in pochissimi minuti si traduce un libro intero, e chi prima traduceva in ore e ore di lavoro ora si ritrova ridotto a fare il post-editing, la revisione dei testi già tradotti. Comunque, almeno per adesso, l’intervento umano continua a essere indispensabile.

A questo punto ho fatto un auto-esperimento per vedere che effetto fa su di me questa modalità di traduzione: ho preso il libro che sto traducendo (Luisa Muraro, Esserci davvero). Normalmente procedo in questo modo: dopo una lettura dell’insieme (preferibilmente in forma cartacea) procedo con il testo in formato digitale e ci scrivo “sopra” la mia traduzione, mettendo le due lingue in stretto contatto; passo dopo passo faccio risuonare le parole italiane in me e comincio a esplorare le risorse infinite della mia lingua materna per trovare le parole giuste. Lo sento come un atto creativo, che mi coinvolge emotivamente. Mi piace la mediazione tra un contesto e l’altro, ho presente chi ha scritto il testo, ho presente più o meno chi andrà a leggere la mia traduzione. Insomma, è un grande piacere, in un processo lento – magari solo cinque cartelle al giorno.

Adesso invece – zacchete! – basta inserire il testo originale nella piattaforma dedicata e mi trovo davanti più di cento pagine che pretendono di esserne la traduzione. La mia prima reazione è stato un senso di grande frustrazione, di espropriazione. Poi ho cominciato a spulciare il testo: molte parti non presentavano errori, ma sembravano come piatti, senza vita… In altri punti, interpretazioni insensate. E qui comincia un lavoro faticoso: invece di lavorare su un testo per produrne un altro nell’orizzonte aperto della mia lingua materna mi sento cacciata nell’orizzonte stretto di parole prodotte sulla base di calcoli di probabilità e devo lavorare su due testi, confrontando in continuazione l’originale e la traduzione automatica per produrne una terza versione. Altro che risparmio e di tempo e aumento della produttività! È stata una perdita di tempo, ma soprattutto una perdita di piacere. Quindi non ci sto più e torno al mio metodo precedente, almeno per i libri e documenti di questo tipo. 

Anche altre traduttrici hanno descritto i testi prodotti automaticamente come “corsetto”, come gabbia dalla quale non è facile liberarsi, anzi può influire negativamente il nostro uso della lingua perché non stimola la nostra capacità di esprimerci. La ricerca parla di priming, un apprendimento implicito, non consapevole, che favorisce la produzione di un linguaggio standardizzato anche da parte di chi avrebbe un repertorio molto più ricco. 

Certo, ora trovo nella mia posta elettronica le pubblicità di piattaforme che promettono traduzioni sempre più “umane”, grazie all’IA, basta pagare la versione “pro”, “business”… a prezzo crescente a seconda la qualità garantita, ma la mia preoccupazione rimane la stessa: è come se consegnassimo la nostra competenza di parlanti alla macchina. 

Io mi accorgo di questo rischio quando devo scrivere in lingue che non sono la mia lingua materna come l’inglese o il francese: talvolta ricorro alla traduzione automatica per comodità e per evitare eventuali errori di grammatica. Mi rendo conto che in questo modo riconosco autorità all’algoritmo e la tolgo a me – almeno fino ad un certo punto, mi resta comunque il controllo sul senso del testo. 

Oggi Google Translate, Deepl e ChatGPT sono a disposizione di tutte e tutti, ed è anche positivo che permettano la comunicazione diretta (ma comunque mediata) tra persone che altrimenti non potrebbero parlarsi. Tuttavia, ho osservato che spesso vengono usati come se fossero calcolatrici, non c’è la consapevolezza che una traduzione non è un’equazione, ma per ogni frase in una lingua ci sono varie passibilità di resa, la macchina te ne offre una. Chi traduce in carne e ossa valuta contesti culturali, destinatari/e, connotazioni… So per esperienza che ogni lingua ti apre un mondo, ed è la radice relazionale stessa della lingua e il rapporto vivo con essa che mi dà misura.