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Dialogo con un’analista iraniana, anonima per motivi di sicurezza: «La composizione sociale in termini di classe, etnia e generazione è più eterogenea rispetto a Donna Vita Libertà per la natura intersezionale delle istanze rivendicate. I monarchici stanno operando una sofisticata manipolazione, ma nel paese non hanno consenso»

Di quanto sta avvenendo in Iran abbiamo parlato con una analista e scienziata politica iraniana, residente all’estero, che per motivi di sicurezza chiede di restare anonima.

Che notizie le giungono, nonostante il blocco di internet?

Il blackout informativo senza precedenti imposto dall’8 gennaio ha reso quasi impossibile reperire informazioni attendibili. Nonostante ciò, i social media sono riusciti a diffondere video e immagini delle proteste, anche se verificarne l’attendibilità è arduo. Da stamattina [ieri, ndr] alcuni iraniani sono riusciti a effettuare brevi telefonate all’estero: uno spiraglio di speranza che le comunicazioni potrebbero riprendere. Le notizie che mi sono giunte confermano ciò che sospettiamo: un contatto ha definito la repressione un vero e proprio “genocidio”. Le immagini delle famiglie assiepate negli obitori per riconoscere i propri cari hanno fatto il giro del mondo. L’atmosfera di Teheran mi è descritta come pesantemente militarizzata e securizzata, le persone che devono lavorare continuano una parvenza di normalità, ma le strade sono ogni giorno ingorgate dal traffico di chi non vuole ritrovarsi fuori al calar del sole. Mi è giunta anche voce di un calo apparente dell’intensità delle manifestazioni, giustificata dalla brutalità della repressione. Ma si tratta di informazioni inevitabilmente parziali.

L’attuale mobilitazione giunge ad appena tre anni dallo scoppio di Donna Vita Libertà e dopo vent’anni di proteste cicliche. Quanto le mobilitazioni precedenti hanno influito?

È difficile operare una distinzione netta tra motivazioni e istanze economiche e politiche, e non sono convinta che sia corretto farlo; riuscire a comprare il pane o permettersi un affitto è una questione estremamente politica. La società iraniana si trova in un ampio ciclo di mobilitazioni strutturali, non dobbiamo dimenticare quelle del 2017 e del 2019. Se diversi anni fa esitavo a definire le diverse proteste come strutturalmente antiregime, dal 2022 non sembra esserci dubbio: la caduta della Repubblica islamica è ormai un nodo centrale. Mi rattrista sentire da più fonti che gli slogan legati a Donna Vita Libertà abbiano subito una marginalizzazione: le proteste successive alla morte di Jina Mahsa Amini erano fortemente segnate da istanze femministe e progressiste, hanno contribuito alla nascita di un nuovo immaginario politico e sociale, la cui eredità oggi è meno evidente. Occorre interrogarsi su quali elementi le stanno oscurando.

La mobilitazione è mossa da speranza di cambiamento? O al contrario, dalla perdita delle illusioni?

Se per speranza di cambiamento intendiamo la fiducia nel riformismo interno, questa si è estremamente indebolita negli ultimi anni. La situazione economica disastrosa è sicuramente fonte di profonda disillusione e rabbia. Non vedo per ora quegli immaginari e slanci creativi che avevano distinto mobilitazioni precedenti.

Chi sono le persone nelle piazze? Si parla di background politici diversi, età diverse, classi sociali diverse.

Questo nuovo ciclo di proteste ha preso il via da soggettività spesso marginalizzate nelle rappresentazioni internazionali, ossia i lavoratori del bazar e i piccoli commercianti. C’è stata poi un’espansione della composizione sociale in termini di classe, generazione ed etnia, più eterogenea rispetto al 2022. Alcune province e popolazioni tradizionalmente poco presenti, come curdi e azeri, si sono mobilitate, a dimostrazione della natura intersezionale delle manifestazioni e delle istanze rivendicate. È un elemento sorprendente solo per chi conosce l’Iran esclusivamente attraverso le lenti della borghesia urbana: queste minoranze sono oggetto di repressione e sorveglianza da decenni e hanno subito in modo drammatico l’ulteriore involuzione autoritaria degli ultimi anni.

E poi c’è il ruolo delle opposizioni all’estero, per lo più quelle monarchiche, che guardano con favore a un eventuale intervento Usa. Che consenso hanno tra la popolazione?

Mai come ora il ruolo e il potere delle opposizioni all’estero sono stati così dibattuti. La famiglia Pahlavi sta investendo enormemente in una propaganda che la legittimi come unica alternativa democratica. Reza Pahlavi si è ripetutamente proposto come figura di riferimento per un periodo di transizione post-Repubblica islamica. Un’artista iraniana ha definito quella dei Pahlavi una «sofisticata manipolazione mediatica»: secondo diverse fonti, circolano video modificati con l’intelligenza artificiale per gonfiare il supporto monarchico interno. In molti esprimiamo forti perplessità per via dei suoi stretti legami con la destra repubblicana statunitense e Israele, evidenti nel suo supporto dei raid israeliani dello scorso giugno. Come molti analisti iraniani hanno commentato, il sostegno a questa opposizione è più forte e rumoroso soprattutto nella diaspora, residente in maggioranza negli Stati uniti, e trova meno risonanza nelle piazze iraniane.

(il manifesto, 14 gennaio 2026)