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da Avvenire

Il filosofo Assael: «Sarebbe uno strumento di pressione su Israele. Ha ragione Zuppi, ora tutti devono fermarsi. Hamas? Ha solo la guerra come strumento di sopravvivenza politica»

Tutti parlano di un piano per arrivare al cessate il fuoco, ma la verità è che nessuno sa da dove cominciare. E questo conflitto tra la necessità di una nuova tregua armata tra Israele e Hamas e il bisogno di giustizia per i popoli dopo il disastro umanitario che è sotto gli occhi di tutti, lacera anche le coscienze di chi, come Davide Assael, filosofo italiano di origine ebraica, dice che «il primo passo da fare è innanzitutto non assecondare le logiche di guerra che si sviluppano quotidianamente nello scenario di Gaza e che, via via, hanno portato a sentimenti di antisemitismo, antigiudaismo, islamofobia, cristianofobia. Non posso che condividere al cento per cento – aggiunge Assael – l’appello lanciato nei giorni scorsi dal cardinale Matteo Zuppi e dal presidente della comunità ebraica di Bologna, Daniele De Paz, che invita tutti a fermarsi. Non c’è altra soluzione».

L’annuncio del riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della Francia di Macron cambia le carte in tavola?
Da ebreo sono favorevole a questo pronunciamento, perché penso possa essere uno strumento di pressione diplomatica indispensabile per portare lo Stato di Israele al negoziato. E sono favorevole non da oggi, ma da quando Abu Mazen ha posto la questione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Intendiamoci: non è un passaggio decisivo, ma può aiutare a fare chiarezza. Soprattutto perché entrambe le parti, ora come ora, si trovano in un vicolo cieco.

Perché?

Perché dopo il cessate il fuoco terminato a marzo, che non ha affrontato nessuno dei problemi sul campo, tutte le contraddizioni già emerse sono esplose. Prendete Hamas: ha solo la guerra come arma di sopravvivenza politica e, nel lungo periodo, non può trattare nemmeno in nome e per conto del mondo arabo. Dirò di più: chi può farsi carico dei palestinesi se, fuori dai confini della Palestina, nessuno davvero li vuole? Guardate all’Egitto, al Libano, alla Giordania per capire cosa sto dicendo… Quanto poi a Israele, è evidente la responsabilità storica che si è assunto Netanyahu: non aver sfruttato lo scenario a suo favore, concretizzatosi con gli accordi di Abramo e l’alleanza con il mondo sunnita.

A Gaza adesso non si intravedono spiragli, sembra esserci solo devastazione e distruzione…
Io non sono così atrocemente pessimista. È tutto vero, per carità: la guerra doveva finire da tempo, Israele non ha un piano per uscire dal pantano in cui si è cacciata, le dichiarazioni di alcuni ministri di Tel Aviv sembrano evocare il genocidio. Però gli aiuti alimentari stanno arrivando in ogni caso: via terra, via mare e via aria. Il piano umanitario c’è e, se il cibo non arriva, la responsabilità è anche di Hamas.

Affamare un popolo come arma di guerra non è un crimine?
Le parole di Papa Leone XIV sul tema sono state illuminanti. Ripeto: molti ebrei provano vergogna per come il governo israeliano sta conducendo il conflitto nella Striscia. Chi delle due parti pensa solo all’eliminazione completa dell’altra è fuori dalla storia. Poi è giusto dire che la comunità internazionale e l’opinione pubblica devono prendere atto che siamo esposti a una guerra che è anche di propaganda e che è difficile orientarsi in questo caos mediatico. Ma non c’è dubbio che a Gaza attualmente regni il caos, con bande armate, spesso finanziate da Israele stesso, che vogliono prendersi un pezzo di territorio che l’esercito non ha mai controllato.

Perché Netanyahu sembra essere così irremovibile nella sua strategia?
Perché è consapevole che la sua sorte è legata alla continuazione del conflitto. Il problema è che la sua leadership ha assunto tratti paranoici, giustificati anche dal conflitto evidente che egli stesso ha aperto con altri corpi dello Stato. Quando si tornerà ad elezioni, e non accadrà molto tardi, il confronto sarà una specie di referendum sul suo operato e sulle tante ombre che hanno portato al 7 ottobre.