Quando scrivere era politico. L’impegno delle intellettuali: Gina Lagorio, Lalla Romano e le loro sorelle
Benedetta Barone
26 Luglio 2025
da Domani
Negli ultimi anni abbiamo assistito alla riscoperta delle opere di grandi autrici italiane del Novecento. Un aspetto che però viene trascurato è il rapporto strettissimo che c’era tra la loro arte e l’attivismo
Quest’anno il tema del Salone internazionale del libro di Torino è stato “Le parole tra noi leggere”, omonimo titolo del più famoso tra i libri di Lalla Romano, vincitore del Premio Strega del 1969. A pochi giorni dalla fine della fiera libraria, a fine maggio, è stato presentato al Teatro Franco Parenti [di Milano, Ndr] un docufilm di Marco Manzoni in ricordo di Gina Lagorio, romanziera, autrice di saggi, testi teatrali, interventi politici, della quale ricorre il ventesimo anniversario dalla morte.
Lo scorso dicembre la casa editrice Bilder Atlas ha pubblicato Al cerchio delle tue mani, un imponente volume che raccoglie il materiale fotografico di Bibi Tomasi, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano, negli anni in cui il movimento femminista della città godeva di maggiore fermento, e cioè a partire dal 1974 fino al 1979. E come dimenticare i recenti richiami, da parte dei giornali e di altri organi informativi, a Fabrizia Ramondino e al suo L’isola riflessa, che ripercorre il periodo di confinamento a Ventotene di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e altri oppositori del regime fascista dopo le polemiche per le frasi di Giorgia Meloni sul manifesto che da quell’isola prende il nome? Sembra, insomma, che il tributo alle autrici del passato continui a imporsi all’interno del panorama culturale quasi fosse di pedaggio naturale, di omaggio fisiologico, obbligato.
Non è un caso che quella porzione del Novecento stenti a depositarsi. Almeno per qualche decennio, infatti, scrivere, produrre letteratura, ha significato nutrire sistematicamente un dibattito politico e sociale che all’epoca era inscindibile da qualunque presa di posizione sul mondo. Partecipare in modo attivo a una dimensione collettiva, contribuire a convalidarla rappresentava una sorta di attestato alla complessità delle proprie radici identitarie, voleva dire riconoscere che nella vita di ognuno di noi intervengono più dimensioni, anche e soprattutto in quella di chi scrive, e che esporsi, saper raccontare equivale a un impegno sancito nei confronti di tutti, e non può mai essere ridotto a un mero progetto individuale.
Una forma di libertà
Questa, per le donne che all’epoca tentavano di affermarsi in qualità di intellettuali e di pensatrici, era una forma di libertà. Perché, tra le altre cose, consentiva di formare intorno a sé una comunità, caleidoscopici movimenti in divenire che rendevano meno solitario il loro percorso e lo fissavano nel tempo una volta per tutte.
Guardando il documentario su Gina Lagorio, per il quale Marco Manzoni ha raccolto testimonianze di amici che la conoscevano e la frequentavano, subito traspare il sentimento di feconda condivisione di chi non distingueva la coscienza politica da quella poetica e lasciava anzi che i due linguaggi confluissero, entrassero l’uno nell’altro.
Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food, il movimento internazionale nato nel 1986 e volto a pratiche agricole e gastronomiche sostenibili, ricorda il piacere, anzi, la gioia che entrambi provavano incontrando l’odore della cioccolata e del vino delle Langhe. Lella Ravasi Bellocchio, psicoanalista, ripercorre i ritrovi domenicali organizzati da Gina Lagorio nella sua casa milanese, durante i quali si leggeva un canto tratto dal Purgatorio dantesco e poi ci si attardava a commentarlo, a dibatterlo, un appuntamento a cui partecipavano, tra gli altri, i poeti Lello Baldini e Franco Loi. Vivian Lamarque menziona lo sdegno di un’estate, quando vede decine di uccellini costretti in gabbia alle fiere, e le lettere che Gina subito si affretta a recapitare a enti e ad associazioni allo scopo di liberarli. Nando Dalla Chiesa evoca l’assemblea di denuncia della criminalità organizzata e delle derive affaristiche legate alle tangenti dove per la prima volta si incontrano, lei seduta in prima fila, e la lunga collaborazione che segue sulle pagine della rivista Società Civile.
Femminismo e palazzi
Era quella una fase in cui prendere posizione non si limitava semplicemente a pronunciarsi in merito a questioni più stringenti di altre. Consisteva in una militanza attiva, sul campo. La stessa Lalla Romano aderisce al Partito Comunista, viene eletta in qualità di consigliera comunale e poco dopo si dimette.
Gina Lagorio, dal 1987 al 1992, è parlamentare nel gruppo della Sinistra indipendente, un onore e un onere che veniva concesso a chi aveva avuto un ruolo consistente durante la resistenza partigiana, tant’è che in mezzo ai banchi parlamentari siede anche Natalia Ginzburg, simile in tutto e per tutto «a un totem azteco», scrive Lagorio in Parlavamo del futuro (Melampo, 2011). La politica settaria, partitica, condotta dall’alto esaspera, confonde. Se non si cede all’impulso di ritirarsene, se ne registrano le perverse lungaggini, la labirintica oscurità, l’intricatissimo dedalo di corridoi, carte, discorsi che infine rapprendono l’azione, la immobilizzano, ne esauriscono lo slancio, il potenziale. È così che «il palazzo», sagacemente ribattezzato da Pasolini, torna a ergersi alla stregua di un luogo inarrivabile, fumoso, non diverso da altri luoghi di esercizio del potere che l’avevano preceduto. Destinato, progressivamente, a esautorare anche le modalità sperimentali della politica “fuori” dal palazzo: lo sapeva bene Bibi Tomasi, la cui esistenza è stata scandita dalla dimensione comunitaria, dal Movimento di liberazione della donna (Mld) al collettivo di via Cherubini dove convergeva anche il celebre Rivolta femminile di Carla Lonzi, fino all’incontro con Luisa Muraro, Lia Cigarini, Giordana Masotto con le quali darà vita alla Libreria delle donne di via Dogana.
Metodi avventurosi
La lettura corale di testi, la pratica dell’autocoscienza, ossia il tentativo di risalire, attraverso il dialogo, alle esperienze fondative della propria condizione di donne, i ritiri collettivi in Sardegna, le fotografie. Un percorso volto interamente alla messa in discussione della realtà, e non in virtù di una pura ricerca personale, solipsistica. Quanto più un modo avventuroso, anticonformista, di intervenire sull’ordine costituito. Che contribuiva poi a caricare di senso, di significato, di materiale la propria produzione letteraria.
Sono gli stessi anni in cui Fabrizia Ramondino fonda l’Associazione Risveglio Napoli (Arn), una scuola serale di preparazione alla licenza media nonché asilo gratuito per i bambini del circondario. Poi partecipa alla Rivoluzione dei garofani portoghese. Organizza una serie d’interviste e d’inchieste sui disoccupati dei rioni campani. Frequenta un centro di salute mentale femminile che le ispirerà il suo famoso Passaggio a Trieste. Trascorre un periodo in Algeria insieme al regista Mario Martone, in un campo profughi dei Sahrawi.
A proposito di Mario Martone: Fuori, l’ultimo lungometraggio del cineasta presentato al Festival di Cannes, ci riporta alla mente anche la figura di Goliarda Sapienza e il suo periodo di detenzione scontato nel carcere di Rebibbia dopo un furto in casa di un’amica. Un gesto compiuto per ragioni pratiche, ma soprattutto politiche: un temporaneo ribaltamento della sua prospettiva abituale, l’ingresso in un mondo a lei sconosciuto sul quale, si rende presto conto, grava il pregiudizio culturale della classe borghese. Ed è quasi una dichiarazione d’intenti la frase con cui si chiude L’università di Rebibbia, il romanzo del 1983 che riassume i suoi giorni di reclusione: «Imitando Roberta seduta sul letto, le gambe ripiegate a mo’ di scrittoio, una cartella sopra, la testa china… anch’io prendo carta e penna. È necessario».