Intervento introduttivo all’incontro alla Casa della Cultura, Milano 14 aprile 2024, Parole e oltre. A partire dall’appello Mai indifferenti. Voci ebraiche per la pace. Video: https://youtu.be/BCb5c5XnhnE

Questo appello è nato non per caso ma da relazioni profonde.

Di fronte alle atrocità del 7 ottobre e alla successiva spaventosa reazione dell’esercito israeliano, ci siamo ritrovate tra amiche – all’inizio eravamo solo donne – per confrontarci sul sentimento di disperazione, di spaesamento, d’impotenza di fronte a ciò che stava accadendo. È stata una di noi, Joan Haim, che ha sentito fortemente la necessità di fare qualcosa di concreto, di costituirci non come un gruppo (non volevamo fare l’ennesimo gruppo) ma con una dichiarazione: Mai indifferenti.

Ognuna di noi ha cercato con uno sforzo di verità di esplorare e di dire i propri sentimenti, anche quelli più contradditori, fino ad arrivare alla stesura di un testo che è poi diventato l’appello dove abbiamo cercato di registrarli e di tradurli in politica. Volevamo spezzare la voce univoca delle istituzioni ebraiche che ci turbava, evitare la politica degli schieramenti “o sei con me o sei contro di me”, contro l’uso strumentale e distorto di parole gonfie di sangue e di lacrime quali antisemitismo, genocidio, sionismo, disumanizzazione dell’altro, senza la necessaria conoscenza della storia. E questo uso viene fatto strumentalmente dal governo di Israele, da parte di molta stampa e un po’ ovunque nel mondo, aggravando il conflitto, alimentando solo odio e facendolo apparire senza soluzione.

Vorrei qui citare una frase da un testo di Simone Weil, tratta da Non ricominciamo la guerra di Troia. Potere delle parole, scritto nel 1937: “Chiarire le nozioni, screditare le parole intrinsecamente vuote, definire l’uso delle altre attraverso analisi precise, ecco un lavoro che, per quanto strano possa sembrare, potrebbe preservare delle vite umane”.

Questo nostro impegno può contribuire a minare il clima di odio e di violenza che ci circonda. Insieme a tante altre persone e gruppi che già ci sono nel mondo vogliamo creare una rete che faccia sentire la sua voce, anche in Israele dove c’è chi lotta contro l’occupazione, per la pace e per l’idea di convivere con uno stato palestinese. Infatti, un altro desiderio che scaturisce da questo impegno è dare sostegno e visibilità a coloro che in Israele vogliono il rilascio degli ostaggi, il cessate il fuoco, la nascita dello Stato di Palestina, una pace giusta. C’è Haaretz, quotidiano di opposizione di grande qualità che non ha paura di affrontare i temi più controversi e scottanti, ci sono associazioni quali Standing together, Parents circle, Women wage peace, e molti altri, donne e uomini coraggiosi, arabi e israeliani, che operano in vari modi, manifestando, mettendo in atto un’altra politica fatta da persone che vedono e si riconoscono nel dolore dell’altro anche andando contro istintivi sentimenti di rabbia. Dobbiamo far conoscere la loro esistenza. Sono solo una minoranza, è vero, può sembrare utopico nella terribile congiuntura attuale ma sono punti di partenza per ricominciare.

Da Il Quotidiano del Sud – Identità di genere, maternità surrogata (Gpa), legalizzazione della prostituzione intesa come lavoro (sex-work), blocco della pubertà in bambine/i che si percepiscono di sesso diverso da quello di nascita, uso di un linguaggio “neutro” che per essere inclusivo esclude le donne, sono temi che in questi anni sono stati divisivi e scomodi. Divisivi tra le femministe e scomodi per quei partiti e organizzazioni della sinistra che li sostengono, li hanno fatti propri, e non hanno mai accettato un dialogo e un confronto con le femministe della differenza che pure, in varie occasioni, l’hanno cercato. Alcune di loro oggi ci riprovano con un libro dal titolo Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi su temi scomodi, curato da Daniela Dioguardi, con l’introduzione di Francesca Izzo e edito da Castelvecchi. Le autrici, «unite dalla passione per la differenza e la libertà femminile» ribadiscono le ragioni, ragionate e argomentate, della loro contrarietà alla teoria dell’identità di genere che «elimina il dato di natura in base a cui si nasce di due sessi», alla Gpa che elimina la madre, la donna, al sex-work che sdogana la prostituzione definita da Rachel Moran “stupro a pagamento”. Questioni sostenute dal movimento Lgbt+, da Non Una di Meno e dal transfemminismo, che «inneggiano a una libertà individuale incondizionata», «senza vincoli nel disporre di sé sul mercato». Con il transfemminismo lo slogan «il corpo è mio e lo gestisco io» è diventato «il corpo è mio e lo vendo io», ultima «frontiera del neoliberismo». Non è un caso che nel movimento ci sia «una forte presenza maschile che rielabora il femminismo». Molti i racconti di esperienze, fatti, eventi, che testimoniano il clima di intolleranza, intimidazione e «prevaricazione ideologica» in Italia, in Europa, come nel mondo anglosassone, alimentato da chi sostiene quelle teorie. Un clima in cui chi osa «manifestare un pensiero diverso, esprimere una critica, un dissenso» viene insultato, accusato di “istigazione all’odio”, bollato come di destra, reazionario, omofobo, transfobico, perfino fascista. La narrazione corrente vuole che chi è a favore è di sinistra, progressista, difende la libertà e l’autodeterminazione. Le autrici raccontano di femministe cacciate «con urla e spintoni» da università, eventi, manifestazioni, censurate con impedimento a parlare. Un clima inaccettabile, nel silenzio assordante delle forze progressiste. Perché «le transfemministe condannano la violenza domestica e applaudono la violenza a pagamento nella prostituzione e nella Gpa?», «credono davvero che prostituirsi o portare figli che non si desiderano siano forme di libertà?». «Perché per porre fine alle discriminazioni e dare diritti a transgender, queer, gay, si deve cancellare la differenza sessuale?». Perché la sinistra sostiene queste idee? Per convinzione, per paura di perdere consensi o per l’uso della «terminologia dell’inclusione e della lotta alle discriminazioni, cara al mondo progressista dei diritti»? Le autrici mettono in luce come “inclusione”, “parità”, “diritti ugualitari” si stanno ritorcendo contro le donne. Nei tribunali se una madre tenta di opporsi all’“affido condiviso” con l’ex violento, la minaccia è l’allontanamento delle/i figlie/i. Associazioni storiche di donne come Udi e ArciLesbica vengono escluse dai finanziamenti pubblici perché non hanno “soci”, sono vietate le società quotate in borsa di sole donne come le liste di sole donne nelle elezioni politiche e il ministro Valditara introduce la “quota blu” nel concorso per dirigenti scolastici. Basta rivendicare nuove leggi paritarie, va fatto “vuoto legislativo” e quelle che danneggiano le donne vanno cancellate. La sinistra e le forze progressiste accetteranno di dialogare con le femministe della differenza?

Da il manifesto – In occasione della pasqua ebraica, una rete di gruppi ebraici contro l’occupazione ha proposto l’iniziativa internazionale «Freedom for All Seder» per celebrare la tradizionale cena pasquale in solidarietà con il popolo palestinese. I promotori sono: Na’amod (Gran Bretagna), IfNotNow (Usa), Freedom for all Zürich (Svizzera), LƏA Laboratorio Ebraico Antirazzista (Italia), Jews for Racial and Economic Justice (New York) e All That’s Left (Israele/Palestina).

In Italia l’evento è stato organizzato da LƏA, nato durante le mobilitazioni contro la demolizione delle case palestinesi a Sheikh Jarrah, che ha promosso insieme ad altre organizzazioni un appello per il cessate il fuoco a Gaza raccogliendo oltre 150mila firme.

Nella tradizione ebraica la pasqua è la festa della libertà: con racconti, storie, canzoni e il consumo di cibi simbolici ogni anno ricordano l’uscita dall’Egitto, il passaggio del Mar Rosso e la fine della schiavitù. Chi ha partecipato ai «Freedom for All Seder» (29 eventi pubblici tra Regno Unito, Svizzera, Stati Uniti, Germania, Francia, Bulgaria, Canada, Spagna, Sudafrica e oltre 500 iniziative in forma privata) ha così voluto dire che se la libertà ebraica dipende dall’oppressione di un altro popolo, questa libertà è ingiusta e incompleta.

«In questo Pesach, come movimenti ebraici che mobilitano le nostre comunità contro l’occupazione, ci impegniamo nuovamente a lottare per una vera libertà – la liberazione collettiva di ebreƏ, palestinesi e di tutti i popoli» proseguendo una tradizione ebraica di resistenza contro ogni forma di oppressione.

L’Haggadah (in ebraico «racconto») che si recita durante la cena, è stata rivisitata in un lavoro collettivo di scrittura, ricerca delle fonti, illustrazione, revisione e traduzione. Attraversando fusi orari e diversità culturali, le organizzazioni promotrici hanno prodotto un dialogo tra il testo tradizionale e una selezione di commenti da due millenni di letteratura ebraica, voci palestinesi, contributi originali composti per l’occasione.

Per esempio, il canto di gratitudine Dayenu, che ripete la formula «ci sarebbe bastato», è stato accompagnato da potenti preghiere laiche: «Se combattiamo per i nostri diritti ma non per coloro che hanno bisogno al nostro fianco: non ci basta. Se ci opponiamo all’antisemitismo, ma non all’islamofobia: non ci basta».

A Roma, il 28 aprile nel giardino di Casetta Rossa si sono riunite circa ottanta persone, ebree e non, dai quattro mesi ai 96 anni, per recitare insieme le formule rituali di ringraziamento per la libertà conquistata nel segno dell’impegno per la libertà futura di tutte le popolazioni del mondo.

Il rito è stato officiato da una giovane studiosa ebrea che lo ha arricchito con spiegazioni dotte e richiami alla condizione dei migranti, alla persecuzione degli antifascisti. Il piatto con i cibi rituali è stato completato con olive e altri simboli (arancio per le lotte femministe, queer e trans contro l’emarginazione, la coppa di Miriam, un bicchiere d’acqua per il ruolo misconosciuto e dimenticato delle donne nella storia), come da tradizione ebraica anti-oppressione. Le olive per rappresentare la lotta del popolo palestinese per la terra e l’autodeterminazione sono state offerte da un amico palestinese.

«Per me è stata un’esperienza curativa, mi sento meglio», ha detto una giovane palestinese giunta al Seder tra mille dubbi e preoccupazioni. «Siamo dalla parte giusta della Storia», commenta una partecipante al suo primo Seder. «Siamo molto felici. Per noi questo è quello che Pesach dovrebbe essere sempre», dicono da LƏA che ha affermato di voler così esprimere la solidarietà con il popolo palestinese «in virtù del nostro ebraismo, non suo malgrado».

La serata si è conclusa mescolando tradizionali canti ebraici, partigiani e anarchici. Il ricavato andrà all’organizzazione ACS (Associazione di Cooperazione e Solidarietà in Palestina) per progetti di solidarietà a Gaza.

Da Avvenire – Un appello a tutti i cittadini italiani perché si dichiarino obiettori di coscienza alla guerra e alla sua preparazione. Assieme alla richiesta al Parlamento perché conceda l’asilo agli obiettori ucraini, russi, bielorussi, palestinesi e israeliani, a rischio di carcere e ritorsioni. È partita anche in Italia la “chiamata all’obiezione di coscienza” del Movimento Nonviolento: se fin dall’inizio dell’invasione russa il sostegno era per gli obiettori di entrambi i fronti, anche col sostegno delle spese legali, ora parte il lancio dell’iniziativa italiana, rivolta a tutte le cittadine e ai cittadini di ogni età: una dichiarazione da sottoscrivere, indirizzata alle massime autorità dello Stato.

Quella lanciata dal Movimento nonviolento è infatti una “chiamata all’obiezione al militare” preventiva a un eventuale richiamo alle armi in Italia. Difficile, ma non impossibile: «Poiché la leva obbligatoria è sospesa [e non abolita, ndr] e tale sospensione resta a discrezione del potere esecutivo di governo – si legge nel testo – dichiaro fin da questo momento, con atto formale, la mia obiezione di coscienza alla guerra e alla sua preparazione». In caso di bisogno, gli obiettori affermano comunque la loro disponibilità alla difesa nonviolenta.

Nella “Dichiarazione di obiezione di coscienza alla guerra e alla sua preparazione” il Movimento chiede al governo italiano di rispettare la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che enuncia tra gli altri anche il diritto all’obiezione di coscienza. E ricorda un precedente importante: l’accoglienza degli obiettori e disertori delle Repubbliche dell’ex-Jugoslavia, decisa dal Parlamento italiano nel 1992. «Non mi sottraggo al dovere di proteggere la mia comunità – recita la dichiarazione – ma credo, come l’esperienza storica dimostra, che sia possibile difendere la vita senz’armi». A questo scopo il Movimento Nonviolento rinnova dunque al Parlamento la richiesta di approvare una legge per l’istituzione della difesa civile non armata e nonviolenta.

«Sì, è giunto il momento di dichiararsi obiettori di coscienza – spiega Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento – per far sapere al governo che non siamo disponibili a nessuna chiamata alle armi». Basta compilare la Dichiarazione di obiezione, indirizzata ai presidenti della Repubblica e del Consiglio, al Ministro della Difesa e al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, in cui viene contestualmente chiesto che i nomi di chi obietta vengano inclusi in un apposito albo.

Al Ministero della Difesa infatti già esiste l’elenco degli obiettori di coscienza alla leva obbligatoria dal 1972 – anno della prima legge, la 772, sul servizio civile alternativo al militare – e che non possono essere richiamati per servizi armati. E presso l’Ufficio nazionale del Servizio Civile esiste l’elenco di tutti i giovani che dal 2001 hanno svolto il servizio civile volontario e non sono disponibili per quello armato.

«Rumori di guerra, sempre più forti, dal Medio Oriente all’Ucraina, dal Mar Nero al Mediterraneo – afferma il presidente del Movimento Nonviolento Mao Valpiana – e le cancellerie europee, incapaci di prendere iniziative concrete di pace, spingono sull’opinione pubblica per far accettare la mobilitazione militare: più spese per la difesa armata e più personale disponibile per il ripristino della leva obbligatoria». E allora «la risposta immediata alla guerra “a pezzi” – sostiene Valpiana – è la fermezza del no alla guerra, è l’obiezione di coscienza alle chiamata alle armi».

La Dichiarazione, che può essere sottoscritta da tutti – giovani o adulti, donne e uomini – afferma che chi firma ripudia la guerra ma vuole ottemperare al dovere di difesa della Patria con le forme di difesa civile e non militare già riconosciute dal nostro ordinamento, in linea con la Costituzione italiana (articoli 11 e 52). La Dichiarazione di Obiezione di coscienza è disponibile sul sito del Movimento Nonviolento e può essere compilata direttamente dal format o scaricata e stampata su carta, e inviata personalmente.

Da La Valigia Blu – I dissidenti in Russia non hanno vita facile, e la situazione sembra solo peggiorare. Il 22 marzo scorso, la Russia è stata vittima di un feroce attacco terroristico. L’attacco, durato in totale 18 minuti, ha causato 139 vittime. Nonostante la rivendicazione dell’attacco da parte dell’ISIS-Khorasan, il ramo dell’organizzazione terroristica attivo principalmente in Afghanistan e nel Caucaso, il presidente russo Vladimir Putin non ha esitato a strumentalizzare quanto accaduto alludendo a possibili responsabilità da parte ucraina. Per quanto riguarda la politica interna, conseguenza immediata dell’attentato è l’inasprimento del governo russo nei confronti delle questioni relative alla sicurezza.

Le leggi russe relative al terrorismo sono state a lungo un’arma efficace contro il dissenso. Infatti, la legge sul terrorismo varata nel 2006, così come quella sull’estremismo, è stata spesso strumentalizzata per sopprimere il dissenso e controllare il dibattito pubblico, lasciando poco spazio a istanze di opposizione.

Sono 3.738 le persone condannate ai sensi della legge contro il terrorismo nel periodo che va dal 2013 al 2023. Ma tanti sono anche i casi antecedenti a quella data. Tra questi c’è la storia di Ivan Astashin, attivista per i diritti umani che per anni si è battuto contro gli abusi in divisa e contro le condizioni disumane imposte nelle carceri russe. Nel 2009, Ivan lanciò una molotov contro una stazione dell’FSB, il servizio di sicurezza federale russo. Il gesto, più simbolico che realmente tattico, non causò vittime né feriti, né danni sensibili agli uffici: si limitò a rompere una finestra. Ciononostante, Ivan fu accusato di terrorismo e condannato a tredici anni di carcere. Anche in virtù della propria esperienza, Ivan si è impegnato nell’attivismo a tutela dei diritti umani, e a raccontare la tragica situazione delle carceri russe, in cui gli abusi in divisa sono all’ordine del giorno e i dirittihttps://www.rivistastudio.com/sheila-heti-intervista/ dei detenuti sono sistematicamente lesi.

Ivan Astashin è uno dei protagonisti di La Russia che si ribella. Repressione e opposizione nel Paese di Putin (Altreconomia) , libro scritto a quattro mani dalla scrivente e da Federico Varese [. Astashin è uno dei cinque oppositori del regime di Putin di cui abbiamo raccontato le vicende: i protagonisti del libro sono persone reali, che si sono raccontate in lunghe interviste ripetute a distanza di mesi, così da coprire un arco temporale vasto e sensibile ai cambiamenti che la Russia ha attraversato dal lancio dell’invasione su larga scala scala dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022. Ogni storia svela un aspetto specifico della società russa, e soprattutto di cosa vuol dire essere dissidenti nel Paese di Putin.

Apriamo il volume con la storia di Ljudmila, una blokadnica (dal russo blokada, “assedio”), vale a dire una sopravvissuta all’assedio di Leningrado (1941-1944). In risposta all’invasione dell’Ucraina, Ljudmila è scesa in strada a manifestare contro la guerra, ed è stata arrestata nonostante l’età avanzata. Ljudmila racconta degli scambi che ha avuto con i giovani soldati. Lei che la guerra l’ha vissuta davvero e ne ha sofferto gli orrori sulla propria pelle ha spiegato, con comprensione e umanità, come la retorica bellicista di Putin, fondata sulla mitizzazione della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, sia un dispositivo per giustificare altrettanti orrori, anziché per rendere omaggio agli eroi del passato.

La seconda storia del volume ci porta invece in periferia, nelle campagne moscovite, dove padre Ioann, un pope ortodosso, è stato arrestato per aver denunciato i crimini russi in Ucraina durante un’omelia a una platea di dodici persone. La storia di Ioann rivela come la Chiesa ortodossa russa sia un importante alleato politico del Cremlino, sposandone le politiche violente e imperialiste e diffondendo propaganda bellicista tra i fedeli. L’assurda storia di Ioann, però, ci ricorda anche come sia sempre più difficile trovare spazi sicuri nella Russia di oggi: i delatori possono nascondersi anche fra una platea di una manciata di persone in un villaggio di campagna.

Grigorij Judin è la terza figura chiave del libro. Ricercatore e docente, con lui svisceriamo le difficoltà di sondare l’opinione pubblica nella Russia di Putin e, in generale, in contesti non democratici. Numerosi studi dimostrano come i sondaggi possano essere influenzati molte variabili, che in contesti non democratici acquisiscono peso maggiore: la formulazione delle domande, il luogo e il momento in cui vengono poste, la familiarità dei partecipanti con l’argomento in questione, la misura in cui essi si sentono liberi di esprimere la propria opinione in sicurezza, l’ente che conduce il sondaggio, e così via. In questo scenario fumoso è difficile misurare il consenso popolare di un regime, e quindi rispondere a una domanda che dal lancio dell’invasione su larga scala ha impensierito molte persone in Russia e non: quanto di quello che sta succedendo in Ucraina è colpa di ciascun cittadino russo? La questione chiama in causa i concetti di colpa e di responsabilità collettiva, e la relazione di accountability che lega governanti e governati, ossia il vincolo di responsabilità bidirezionale degli uni verso gli altri.

A chiudere il volume c’è la storia di Doxa, rivista indipendente nata in seno alla Higher School of Economics, ateneo moscovita di fama liberale, raccontata da Katja, redattrice. La parabola di Doxa e del collettivo di ragazze e ragazzi che la animano mostra il tentativo da parte delle autorità russe di soffocare il dibattito politico all’interno delle università, ma anche di imporre un modello di giornalismo “neutrale”, che in questo contesto significa non critico nei confronti del potere. Di erodere, dunque, spazi che storicamente sono stati culle di dibattiti, cambiamenti e rivoluzioni.

Il filo rosso che lega le storie di Ljudmila, Grigorij, Ioann, Ivan e Katja sono le tattiche di resistenza quotidiane di chi si trova a lottare in un paese in cui fare opposizione è pressoché impossibile. Il processo storico che ha attraversato la Russia dal crollo dell’URSS ai giorni nostri, infatti, ha fatto sì che il paese si ritrovi ad oggi privo di infrastrutture che possano canalizzare il dissenso entro un fronte coeso, e fare opposizione sistematica al Cremlino. Questa situazione non è dettata dal caso, ma dalla combinazione di circostanze preesistenti l’ascesa di Putin, e dalla precisa volontà di Putin di esacerbare una situazione non favorevole allo sviluppo democratico della società civile sin dal suo primo mandato presidenziale. Analizziamo nel dettaglio la questione in un saggio conclusivo, a cui seguono poi due appendici. Nella Cronologia elenchiamo nel dettaglii i momenti fondamentali della dialettica fra opposizione e repressione dal duemila ad oggi. Nel Glossario della resistenza, invece, illustriamo metodi alternativi che cittadini e cittadine russe hanno escogitato per continuare a esprimere il loro dissenso in un contesto così soffocante.

Con La Russia che si ribella ci siamo posti l’obiettivo di mostrare dinamiche interne alla Russia di Putin che spesso rimangono lontano dalle cronache giornalistiche. Attraverso le voci dei nostri intervistati, abbiamo voluto mostrare le difficoltà e le sfide che attendono quella parte di popolazione che non si trova d’accordo con le politiche del Cremlino, e le soluzioni che sono state trovate per farvi fronte. Osservando da vicino le esperienze molto diverse fra loro di cinque dissidenti, il volume rivela passo passo i nodi e i dilemmi fondamentali della popolazione contraria al regime di Putin, facendo luce sul volto di una Russia che difficilmente si riesce a scorgere oltre le maglie della repressione putiniana.

Il partire da sé, pratica inventata dal movimento delle donne alla fine degli anni ’60 del ’900, è stata una politica vincente per le donne. Oggi può esserlo anche per gli uomini? Chiara Zamboni scrisse che per gli uomini è una pratica difficile; il ruolo maschile tradizionale chiede loro di essere oggettivi; hanno paura di cadere nel narcisismo dell’io; lo interpretano come uno stare presso di sé piuttosto che un andare verso il mondo; temono di rimanere in una dimensione pre-politica. Abbiamo torto? Personalmente, non mi oppongo a questa pratica, ma è vero che le faccio resistenza.

Il partire da sé è un concetto che mi risulta sfuggente. Riguardo il cosa e il come. Su cosa sia il sé e su come si parta non esistono risposte chiare e univoche; né esiste un testo che traduca la pratica in teoria o almeno spieghi la procedura. Nel partire da sé ciascuno fa da sé. Questa indeterminatezza insieme con la critica «Manca (nel tuo testo, nel tuo discorso) il partire da sé» mi fa irritare. Tuttavia, ci provo e vado a tentoni. Parlo in prima persona, dichiaro i miei sentimenti, confesso qualcosa. Con impaccio e imbarazzo. Credo che questo modo sia gestibile nei rapporti duali e nei piccoli gruppi, meno nella sfera pubblica delle relazioni formali. Ragione per cui, gli uomini, come pure molte donne, si esprimono in modo neutro e oggettivo. Là dove non c’è conoscenza, fiducia e confidenza, per regolare conflitti e competizioni, si cerca di partire da ciò che è già condiviso o che si pensa dovrebbe esserlo: i principi.

Il mio sé, credo, non sente il bisogno di partire da sé. Quando parto da un principio, vi aderisco, non sono un dissociato. Diversamente, da quel principio non parto. Immagino che le donne abbiano inventato la pratica del partire da sé, per sottrarsi alla definizione di sé imposta dal «primo sesso»; per non essere più «seconde», ma libere e autonome nel proprio definirsi. Se da uomo non ho quel problema, perché dovrei adottare la pratica che lo ha risolto? Posso sentirmi alienato nei gradini inferiori delle gerarchie maschili. Allora voglio scalare la gerarchia oppure abbatterla. Il partire da sé come mi aiuta? Peraltro, alla base della gerarchia, se ho soddisfatto le necessità della sopravvivenza, sono preso dalla routine della quotidianità e del lavoro ripetitivo, il mio vissuto è piatto, le mie relazioni povere. Così, il mio sé. Partire? Meglio ancora, fuggire da sé.

Oltre la dimensione delle relazioni duali e dei piccoli gruppi, dove il partire da sé può essere utile e la sfera pubblica, lavorativa, dove invece sembra impraticabile, esiste la dimensione mass-mediatica, il contesto che Ida Dominijanni dice essere egemonico. È un contesto strano, con il quale sono sempre in contatto, tentato di pronunciarmi su cose molto più grandi di me, fuori dal mio raggio di controllo, già catastrofiche per tanti, in potenza anche per me nel prossimo futuro. Le grandi crisi globali, clima, energia, guerra. Qui, cosa vuol dire partire da sé? Se guardiamo alla pratica dei social e della televisione, come ha accennato la stessa Dominijanni, sembra essere il narcisismo dell’io, la paura attribuita agli uomini da Chiara Zamboni.

Un barlume mi è venuto in mente, ascoltando Letizia Paolozzi dire che l’otto marzo NUDM ha visto solo un orrore, mentre abbiamo davanti tanti orrori e, per fare politica, occorre vederli tutti. Affermazione ineccepibile che, tuttavia, sembra partire da un sacrosanto principio oggettivo. Infatti, se indago il mio sé, scopro che alcuni orrori li vedo più di altri. I crimini commessi dai russi in Ucraina non mi scuotono come i crimini commessi da Israele a Gaza. Perché? Questo mio sentire si espone all’accusa di doppiopesismo, un’accusa ricorrente e reciproca nelle contrapposizioni sulle guerre. Circa un anno fa, Alberto Leiss raccontò di queste contrapposizioni nel dibattito interno a Maschile Plurale, tra favorevoli e contrari all’invio di armi occidentali all’Ucraina. Opinioni politiche divisive. Poi, raccontò di una seconda fase del dibattito, dove emersero gli stati d’animo di angoscia e impotenza di fronte alla guerra. Sentimenti unificanti.

Secondo me, tra i due piani, non c’è necessariamente contraddizione. L’angoscia di fronte alla guerra può portarmi a desiderare la pace con il «nemico» o la protezione dell’amico più potente. Così immagino che tra il nostro sé e i principi oggettivi a cui aderiamo ci sia più associazione di quel che pensiamo. Il mio pacifismo di principio, che mi porta a trattenere e criticare la mia parte, può essere associato al senso di colpa. Il sentimento suscitato dai nostri orrori. Quelli commessi con i nostri soldi, le nostre armi, la nostra legittimazione politica. Nostra, di noi italiani, europei, occidentali. Il 7 ottobre in Israele è stato terribile, ma non sono stato io. Perciò, capisco l’otto marzo di NUDM.

Se le donne, le femministe, le mie amiche, sollecitano gli uomini a partire da sé, vorrei corrispondere, anche se non ne sono sempre e del tutto convinto. Il partire da sé nella misura in cui il sé è accessibile o sembra tale, quando è dato il tempo e il modo di riflettere, aiuta l’introspezione e la consapevolezza. Mi fu detto che il sé è primariamente il proprio desiderio. Eppure, non mi sento mosso dai desideri. Se lo sono, sono trattenuto, perché tendo a considerare i desideri causa di frustrazione, qualcosa da cui è meglio tenere una distanza. Penso che tra i miei principali motori interiori, forse il primo, ci sia proprio il senso di colpa. Così, per me, il partire da sé, rischia di essere il partire dal mio senso di colpa.

Riprendo alcune riflessioni suscitate in me dall’intervento di Fanciullacci. Mentre raccontava la sua esperienza all’università, nell’incontro di Via Dogana sul Partire da sé, ho pensato che anche io nel rapportarmi alla scuola tento sempre di sottrarmi alle definizioni già date: «le si è imposto il modello aziendale, è diventata un progettificio, non c’è più la libertà che avevamo noi che ora siamo in pensione», si dice. Tutto vero; eppure, non c’è in questa lettura il passaggio che cerco.

Lui prova a concentrare lo sguardo sulla risposta soggettiva di chi abita l’università e cerca una risposta alla diffusa acquiescenza negli accomodamenti di una «società a responsabilità limitata».  Ma non gli basta, anche lui cerca un passaggio e lo trova inseguendo la natura originaria dell’università, nata per perseguire l’ideale del sapere. Sta di fatto che inseguendo il desiderio, suscitato da quell’ideale, ha messo in piedi un’esperienza molto interessante che mi sembra necessiti di essere seguita con attenzione, anche da parte nostra, perché lì c’è politica trasformativa che non a caso è politica del desiderio.

Anch’io, incontrando alcune colleghe e ascoltando ciò che fanno sento che nella scuola non c’è solo adeguamento. Vedo che c’è un filo di desiderio che molte di loro continuano a tenere in mano per un capo, lasciando l’altro capo nelle mani dei ragazzi e delle ragazze, districandosi nella matassa delle incombenze e delle programmazioni che sembrano cancellare ogni invenzione e ogni possibilità di cogliere l’inedito per non perdere quel filo.

Vedendolo io riconosco una lingua attraverso la quale passa la fiducia e la gratitudine, una lingua che riapre lo spazio simbolico facendo apparire ciò che il discorso dominante occulta e che in noi urge perché è passaggio verso altro. Su questo tessuto che è profondamente politico ho visto nascere la relazione fra me e loro. La chiamo politica dello spiraglio, perché lì vedo apparire e agire il desiderio. In me è il frutto di una storia e in loro, che quella storia non l’hanno vissuta e spesso non la conoscono nemmeno? Mi chiedo, sempre lasciandomi guidare dal discorso di Fanciullacci, se nella scuola è l’amore per il sapere ciò che nutre quel desiderio e apre lo spiraglio necessario alla politica. Sì e no. Lo è quando quell’amore per il sapere riesce a nominare il reale con una lingua che ricostruisce nessi, che ci dà parole che cercavamo, che svela ciò che ci angustia o che vorremmo, che sa guardare la soggettività nelle parole, creando la possibilità di uno scambio, fra colleghi ma anche con i e le più giovani. Questa lingua è ciò che permette il riconoscimento reciproco.

Di questa lingua c’è una grande fame. Io ho visto il nutrimento che ne viene quando la usiamo, o la riconosciamo, non solo in me ma anche negli uomini che mi sono a fianco. Quando mio figlio trent’anni fa fece la tesi su Evelyn Fox Keller e Barbara McClintock, certamente anche influenzato da me e da Gian Piero, mio marito, trovava lì le risposte più avanzate per il cambiamento che la scienza cerca e che noi cerchiamo attraverso la scienza, se ci affidiamo al filo del desiderio. La stessa postura ho visto in Fanciullacci quando ha raccontato che era andato a rileggersi il libro di Diotima sul Partire da sé e l’ho apprezzata. Ho capito meno invece il suo bisogno di cercare un modello per definire la relazione con i colleghi, accomunati nella sua ricerca. Come lui però so che chiamarlo amicizia non corrisponde alla realtà. È anzi fuorviante. Il mio sforzo, anche con le amiche di altre associazioni con cui prendiamo iniziative sul territorio o con le mie stesse amiche della Merlettaia, non è stato quello di cercare un modello di relazione, anzi ho lavorato per pensare le relazioni ognuna nella sua unicità con il carico di affettività positiva e negativa che si porta dietro; invece, ho indirizzato tutti i miei sforzi per nominare ciò che facciamo e aumentare la consapevolezza del senso di ciò che si sta facendo. Cercando anche lì quella lingua del desiderio che non è questione solo di parole, ma di soggettività in gioco, di azioni, fatti, spazi simbolici, conflitti e domande lasciate aperte.

La pratica del partire da sé nasce all’interno della politica delle donne ed è – per la sua storia – molto vicina a quella dell’autocoscienza, di cui hanno parlato qui in Libreria Linda Bertelli e Marta Equi. Nel testo Autocoscienza ancora, che leggiamo in VD3, 9 ottobre 2023, aggiungono alcune osservazioni sulla pratica del partire da sé: «Due significati: partire da sé significa esprimersi, prendere parola, in un rapporto con il mondo che non cancelli la presenza dei corpi, l’essere corpo di chi parla e di chi ascolta. Il secondo è che partire da sé significa accettazione di sé per come si è e questo esistere per quello che si è, è, per Lonzi, ancora un passo di natura politica».

Con la comunità filosofica Diotima abbiamo scritto un testo: La sapienza di partire da sé. Nel libro Luisa Muraro dice: «Nell’idea e nella pratica del partire da sé, c’è la prospettiva di uno stare al mondo nella fedeltà a sé». «La pratica del partire da sé fa ritrovare non solo la strada, ma te stessa sulla strada nel punto in cui avevi perduto la strada e te stessa». «Partire, o partire da, significhi un movimento iniziale e un trarre spunto, quasi un attingere da. Dunque la frase mette insieme lo staccarsi e il prendere inizio, il separarsi e l’originarsi». «Il partire da sé, nel suo duplice significato coincidente, è dunque un rinnovare, nel contesto biografico e storico, il movimento della venuta al mondo» (Diotima, La sapienza di partire da sé, Napoli 1996, pp. 13-14). Un venire al mondo caratterizzato da uno slancio di apertura a partire dal qui e ora della contingenza.

Quale efficacia ha avuto questa pratica nel mio agire? L’ho trovata essenziale e mi corrisponde profondamente. È uno scandaglio, una sonda per muovermi in modo orientato e radicato allo stesso tempo.

Un suo presupposto, per come la sperimento, è che tutte e tutti noi, quando cerchiamo di dire quel che viviamo, lo facciamo dall’interno di un quadro di riferimento, di un contesto. Di una situazione, di cui partecipiamo.

Altro presupposto: abbiamo con quel contesto una molteplicità di legami consapevoli e inconsapevoli. Legami molteplici, non scelti, con persone e cose. Con luoghi precisi. Relazioni, di cui in parte sappiamo ma che per lo più tessono il lato inconscio del corpo e hanno a che fare con la memoria involontaria.

Proprio perché siamo all’interno di un contesto di connessioni, non si può dire che siamo dei soggetti trasparenti a noi stessi – coscienza pura – che considerano un contesto oggettivo fuori di sé. Piuttosto: ne partecipiamo dall’interno. Ne facciamo parte.

Questo ha una conseguenza. Quando dico che parto da me, in realtà parto da una molteplicità di legami che fanno il tessuto di un’esperienza. Io ne sono uno snodo e allo stesso tempo sono impegnata ad esprimerla. Certo, sono io a sentire questa esperienza e a metterla in parole, ma con la consapevolezza che sto mostrando il potenziale di ciò che io vivo assieme ad altri e alle cose. Non mi metto al posto loro, non mi sostituisco, ma esprimo un contesto di cui partecipiamo assieme. Parlando di un’esperienza, sto dando voce a ciò che io assieme ad altri viviamo, che le cose attorno a me vivono, però dalla posizione che abito in questi legami. Cioè dalla prospettiva contingente e singolare che occupo. O forse sarebbe meglio dire: che sono.

Porto due esempi.

Per anni d’estate sono andata nello stesso posto in montagna. Tra la metà degli anni Ottanta e Novanta ho cominciato a percepire di anno in anno un cambiamento nel colore del cielo e nelle forme delle nuvole. Nella qualità della luce. A me sembrava evidente e ne parlavo, ma a nessuno interessava veramente. Mi ascoltavano per gentilezza, mentre io ero inquieta per quello che percepivo. Solo col tempo gli studiosi del clima hanno parlato dei cambiamenti che vedevo e ne hanno dato una interpretazione scientifica.

Il secondo esempio. Nel 2007 è passata una legge sull’università che applicava le normative europee, che volevano la governance come sistema di governo delle organizzazioni. All’inizio non è successo nulla. Poi però mi sono resa conto di un certo malessere che serpeggiava per qualcosa di indefinibile che stava cambiando. Il malessere era palpabile. Ho allora cercato i segni di questo mutamento. Segnali minuti, ma precisi. Uno ad esempio: essere obbligati a valutare ed essere valutati in modo anonimo. Senza sapere da chi si era valutati. Valutare le segretarie in modo anonimo. Essere valutati dagli studenti in modo anonimo, che sono obbligati a farlo, altrimenti non si possono iscrivere agli esami. Essere valutati nella produzione scientifica in modo anonimo. L’anonimato della valutazione rompeva di brutto le relazioni. I questionari anonimi spezzavano tutte queste relazioni creando legami non liberi e fasulli.

È chiaro che vi sto dando una lettura già politica di quell’esperienza, il cui primo delinearsi e prendere forma però è stato attorno ad un malessere mio che mi sembrava fosse per lo più condiviso. Un partire dalla mia inquietudine, sentendo che esprimeva qualcosa di vero per tanti altri.

Abbiamo allora scritto testi per dire che l’università che volevamo era quella delle relazioni e della fiducia. Abbiamo discusso di questo pubblicamente. Non abbiamo vinto, ma il fatto importante è che abbiamo mostrato per tutti lo scontro simbolico tra una università delle relazioni e quella delle valutazioni anonime, della governance.

Penso che con questi esempi sia più chiaro quel che dicevo: uno dei presupposti di come mi regolo nella pratica del partire da sé è che, se sento – a partire da me – qualcosa di dirompente e in trasformazione, non lo considero mai qualcosa di solo mio ma come qualcosa che riguarda me in relazione ad un contesto. In relazione agli altri. Alle cose. Poi la conoscenza aiuta, ma il primo passo è sempre un’intuizione, una percezione, un sentire in un’esperienza che non si è fatta ancora chiara e che pure si avverte che segnala qualcosa di essenziale.

Questa pratica, l’ho vista agire da tante donne, femministe e non femministe. Come in altre situazioni, il femminismo ha dato una lettura politica ad un agire comune delle donne. In particolare ho visto che molte donne, quando accadono cose fondamentali che le coinvolgono, attraversano spazi di silenzio, non si precipitano a dare giudizi. Entrano in un tempo sospeso, prima di trovare le parole.

Ricordo quando il governo italiano decise di partecipare con azioni militari a fianco della Nato per la guerra della ex Jugoslavia nel 1991. Era stato uno shock per tanti motivi. I giornali accusarono le donne per non essere intervenute subito sulla questione. Perché avevano aspettato prima di esprimere un giudizio. Ora quello che scrivevano i giornalisti era vero. C’era stato un silenzio intenso. Riporto questa esperienza, perché è stata la prima volta che mi sono resa conto che le donne hanno bisogno di un certo tempo di silenzio quando un’esperienza è coinvolgente e occorrono parole non scontate. Ci sono state e ci sono oggi altre guerre, ma l’esperienza di quel silenzio, che sentivo necessario in me e vedevo in altre, mi ha reso più consapevole.

Credo infatti che occorra un momento di silenzio perché l’anima vada a tastare tutti i legami che abbiamo con la realtà per trovare le parole giuste per un’esperienza. È un silenzio sensibile, in cui accade molto. È quando si avverte una situazione in tutta la sua complessità, ed è come se l’anima toccasse le corde via via dei legami che la muovono, sentisse sensibilmente le vie del mondo, per permetterci poi di dire che esperienza si sta vivendo. E questo aiuta ad arrivare ad un giudizio. Dico l’anima sensibile, ma si può anche dire il corpo nel suo lato inconscio, incrostato di legami invisibili.

Certo – in questa pratica – occorre una grande fiducia in quel che si avverte e una fedeltà a quel sentire, che a prima vista e apparentemente è solo soggettivo. Altrettanto importante è che qualcuna abbia fiducia in noi.

E poi sappiamo che non è facile trovare le parole giuste per dire l’essenziale dell’esperienza che viviamo. Siamo ben consapevoli infatti che ogni nostra esperienza è già interpretata dai media, dalle persone delle istituzioni, dai luoghi comuni della nostra società. Le prime cose che vengono in mente sono proprio le interpretazioni più consolidate, perché hanno funzionato nel passato, oppure quelle subito fornite dai media. La scommessa è dare spazio a ciò che nella nostra esperienza resiste al senso comune abituale e a risposte già formulate. Anche se questo ci obbliga a stare silenziose per un po’, a balbettare piuttosto che essere brillanti e perfette.

Rimango sempre perplessa quando, nelle discussioni politiche con donne, una riporta come proprie le opinioni già date che circolano, identificandosi con quello che è stato già detto. Mi viene da chiedere: ma tu dove sei? Rispondendo a questa domanda, si entra in un percorso simbolico che dice del mondo e contemporaneamente ci ricongiunge con noi stesse.


Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana 3 La scommessa del partire da sé, tenutasi il 10 marzo 2024.
Immagine di Giorgia Basch, BilderAtlas